mercoledì 3 dicembre 2014

Zeda e Marona, appunti tra lago e cielo




Da quassù il mondo degli uomini altro non sembra che follia, grigiore racchiuso dentro se stesso. E pensare che lo si reputa vivo soltanto perché è caotico e rumoroso.

Walter Bonatti

“Il panorama superbo che si ammira da questa vetta vi attrae annualmente gran numero di alpinisti, mentre alla votiva cappelletta che si erge sulla sua cima traggono in numerosi e frequenti pellegrinaggi gli alpigiani delle vallate circostanti” questo si rinviene su un'antica pubblicazione del CAI Verbano.
Monte Zeda e Pizzo Marona, rispettivamente 2.156 m. e 2.051 m. Eppure da tutti i verbanesi, e non solo, vengono apostrofati come La Zeda e La Marona. Al femminile, sissignóre. Eloquente segno di reverenza e profondo rispetto, come si conviene ad una nutrice; ad una madre e tutte le madri, si sa, son femmine.
Le vette gemelle, svettanti già dalla caotica e sfocata pianura nonostante per un “gioco” prospettico appaia più alta la seconda, austere ed immutate in lotta con le perenni nebbie che d'autunno attanagliano il fondovalle o luccicanti tra le tinte violette nello slancio solitario ed arroventato dal solleone estivo, offrono un affresco di ineguagliabile bellezza.
L'aronese Luigi Boniforti recitava, riferendosi alla Valle Intrasca:“ Essa è solcata tutta da strade e sentieri di agevole declivio, per cui si passa da paese a paese e di cima in cima si sale, attraversando minori vallette e burroncelli, sino a vette dei sovrapposti monti, dei quali il più alto è il Pizzo Marrone (Pizzo Marona) che solleva l'aguzza vetta su tutte le montagne del Verbano”.
Lo svizzero Béraneck, che durante la fine del secolo scorso amava esplorare queste zone, affermava:”La Zeda presenta il più bel panorama che si possa immaginare. Dalle Marittime al Bernina: quale trono per ammirare il mondo così grande e nel contempo piccolo!”.
Ma non solo, aggiungerei, nelle giornate particolarmente limpide la vista può spingersi sino alla catena più settentrionale degli appennini ed al Cervino!
Don Angelo Fossati, parroco di Intragna nei primi anni del 900, spese anch'esso delicati versi a riguardo: “quasi a difesa di questo lembo di cielo, appare la cima Marona magnificenza che da la mano al Monte Zeda, qualche centinaio di metri in più d'altezza”.
Innumerevoli tradizioni e leggende (le più note quelle della “Scala Santa” e del “Ponte del Diavolo”) ruotano attorno le due cime sassose, una di esse narra che a Mergozzo, sin dai tempi remoti e fino alla fine dell'800 circa, nel mese di settembre (in concomitanza con la celebrazione dell' “Esaltazione della S. Croce”) era tradizione compiere un pellegrinaggio penitenziale presso il “Crocifisso della Marona”; una sorta di salita al Calvario.
L'impresa destinata ai soli uomini, in quanto il percorso si presentava assai impegnativo, aveva inizio il sabato della vigilia. Dopo una dura giornata di lavoro i pellegrini, accompagnati dalla famiglia, si ritrovavano nella piazza antistante il lago vicino all'olmo secolare (annoverato tra gli "alberi monumentali" del Piemonte) ognuno recante uno zaino, una lanterna, del pane e un bastone. In processione affluivano verso la chiesa per una preghiera bene augurante seguita dalla benedizione e poco dopo il tramonto aveva inizio il cammino, sulle note del “Vexilla Regis Prodeunt” (un antica composizione risalente al VI secolo).
Il gruppo dopo aver varcato i crinali della Val Grande, risalito il “sentiero dell’olio” (cosiddetto perché percorso dalle genti di Mergozzo che portavano le noci al frantoio di Cossogno), percorso le pendici del Monte Faiè, attraversato Santino, Cambiasca, Miazzina, l’Alpe Pala, l'Alpe Colletta e Cappella Fina avrebbe finalmente raggiunto l'ambita meta: La Marona.
La devozione fatta di preghiere, canti ed omaggi floreali poteva quindi avere inizio, ma non prima di aver disposto con cura un lume ben ricolmo di olio di noci sotto il crocifisso.
Il rientro in paese era previsto per domenica, nelle ore successive al crepuscolo, dove i pellegrini venivano accolti a gran voce ed al suono di campane a festa, sopratutto per i giovani che avevano intrapreso il cammino per la prima volta; tutto ciò era motivo di profondo orgoglio e d'ora in poi avrebbero potuto definirsi alpinisti provetti.
Una breve incursione nella letteratura italiana del 900 ci consentirà una menzione a Piero Chiara, raffinato scrittore luinese, laddove i sui racconti più volte tratteggiano con raffinatezza la magnificenza delle vette valgrandine e il verbano.
Riporto di seguito un breve estratto tratto da “Il Luraghi incatenato” incluso ne  “L'uovo al cianuro”, volume contenete una serie di racconti editi nel lontano 1969:
 "Partivo da casa attrezzato come un Tartarino, e dopo un viaggio di due ore in ferrovia, battello e tramway, arrivavo alla grande villeggiatura di Premeno, dove cominciavo la marcia in salita fino a Pian Cavallo. Là mi voltavo a guardare il Lago Maggiore, steso nel pomeriggio come una grande pappardella all'uovo liscia e dorata, fino alla brughiera che segna l'inizio della pianura lombarda. Dopo un breve riposo, riprendevo la strada, girando intorno alla vetta boscosa del Morissolo e con davanti lo spettacolo dei grandi pascoli che pezzano una folla di montagne accavallate in disordine, come gente accorsa a guardare di sotto in su un capo, che per quelle montagne, come dicevo, è il monte Zeda, malfamato da una fabbrica di cioccolato che ne adottò il nome per le sue cattive produzioni, ma un vero dominatore, che sta molto bene a fronte del Monte Rosa, delle Mischabel e del Fletschhorn, la collana di ghiacci perpetui della quale sembra, pur così basso al confronto, il fermaglio di sicurezza."
Propongo in conclusione uno stralcio proveniente da un articolo apparso nel 2006 sull'“Eco Risveglio” (settimanale della provincia di Verbania) ad opera di Paolo Benetti.
Teatro in questo caso una spiacevole vicenda accaduta sulla Marona, dove ben delineati appaiono i valori che la genuina fatica di andar per monti ci ha insegnato. Valori di estremo rispetto per sé stessi per l'altro e per la montagna, qualità che in questi tempi bui dovremmo afferrate con sempre maggior determinazione perché oltre al sudore e all'impegno ciò che portiamo fin lassù celati nei nostri zaini sono le ansie, i timori ed i problemi quotidiani.
Arrivati in vetta senza troppe accortezze rapidamente ce ne liberiamo e la mente inizia il suo naturale processo di alleggerimento coinvolta in un trattamento quasi terapeutico nei confronti del frenetico vivere quotidiano, pronta ad essere investita in modo totalizzante dall'intensità degli attimi, dallo stupore che lo scenario naturale imporporato di sole è in grado di offrirci, predisponendoci alla contemplazione, alla trascendenza, esiliandoci in uno status di autentica commozione.
Perché come affermava Cesare Pavese, rifacendosi alla tradizione del mito: “Se si risale un qualunque momento di commozione estatica davanti a qualcosa del mondo, si trova che ci commuoviamo perché ci siamo già commossi; e ci siamo già commossi perché un giorno qualcosa ci apparve trasfigurato, staccato dal resto, per una parola, una favola, una fantasia che vi si riferiva e lo conteneva.”
“Scendevo dalla Marona all’inizio degli anni novanta, in una domenica di ottobre con alcuni amici, quando sulla cresta, vidi salire con passo tranquillo un uomo con uno zainetto e una scopa.
Lo guardo con attenzione perché mi sembrava di conoscerlo. Era Tino Micotti, noto alpinista del Verbano. Da non molto tempo arrampicavo con lui facendo le classiche della Svizzera e nelle varie palestre delle nostre zone. Quando ci incrociammo i soliti saluti; ciao come va, e poi la domanda d’obbligo. E la scopa? Uno non se ne va a fare un giro in montagna con una scopa no? Lui non si scompose e con la solita calma e ponderando le parole, ricercandole dentro di se, facendo lunghe pause di riflessione quasi a significare che la realtà è tutta da scoprire e le parole a volte non bastano, ci raccontò: “L’altro giorno si è infortunato un mio amico, quassù” ed indica una zona indefinita tra Marona e Zeda, “ insieme ad altri siamo andati a cercarlo. Sono partito tardi, nel primo pomeriggio, il tempo era bruttissimo; vento, pioggia e un freddo cane.
Mi è capitato di incontralo dentro la cappelletta, era stanco e ferito, ma ormai si era fatta notte e l’elicottero non sarebbe venuto che alla mattina dopo. Non avevamo i sacchi da bivacco perché non prevedevo di passare la notte fuori. Faceva freddo, lui era tutto bagnato e per scaldarci un po’ abbiamo preso la vecchia scopa, e abbiamo fatto un fuocherello, non è che sia servito a molto, ma per lo meno ci siamo scaldati le mani. Insomma, questo è successo un paio di domeniche fa, ed oggi che avevo un po’ di tempo libero sono venuto qui a riportarla. Ci si salutò e continuò a camminare verso la cima, era quasi arrivato. Una scopa? Una domenica dedicata a una scopa! Scendevo riflettendo al tempo libero, a come uno lo dedica, al fatto che non avrei mai portato una scopa in cima alla Marona, sopratutto quando è stata usata per scaldare un disperso... uno che è stato salvato grazie anche al mio sforzo, che se lo riporti lui la scopa, o qualcuno d’altro, io mi sarei sentito già soddisfatto con l’averlo recuperato, il malcapitato. Perché dovrei riportare una scopa che poi io non userei mai? Poi, in questo mare di egoismo, mi si fece più chiara un’idea; se fosse stata casa mia, avrei riposto la scopa o il palo o tutto quello che fosse necessario, perché appunto è casa mia, il mio piccolo mondo.
Mi girai lo vidi più lontano e più in alto, con la sua scopa orizzontale sulle spalle, come un Cristo che cammina leggero e improvvisamente capii...ma certo, lui la riporta perché la montagna è casa sua! L’intera montagna è il suo mondo. Lui è uno che ha una casa grande come l’intero arco alpino. Guardai di nuovo Tino, sempre più lontano e pensai che lassù, stava camminando uno degli ultimi romantici dell’alpinismo.
E’ stata una grande lezione, fatta di gesti più che di parole, fatta di umiltà e serenità.

Filippo Spadoni.


Bibliografia:

·          Conoscere la val Grande, l'alto Verbano e la valle Intrasca
·          Fossati Angelo - La ricostruzione della Cappella della Marona
·          Mauri Achille - Il Pizzo Marrone e il voto d’una madre 1836
·          Pavese Cesare - Feria d'agosto 1946
·          Valsesia Teresio - Val Grande, ultimo paradiso 1985

6 commenti:

  1. Grazie per questo bellissimo articolo, molto interessante e... scritto col cuore, come piace a me!

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  2. Grazie mille per le gentili parole.
    Filippo

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  3. Ho scoperto da poco questo preziosissimo sito, una vera miniera di conoscenze che non devono essere assolutamente perse. Grazie

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  4. Filippo molto bello! Un racconto tenero e appassionato. Non conosco quasi per nulla questa parte delle nostre montagne. Grazie a te e alle tue parole scopro qualcosa di nuovo e unico. Vale sempre la pena leggere quello che scrivete. Si percepisce grande amore per il nostro territorio, troppo spesso sottovalutato. Rosella

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  5. Grazie Rosella, le tue parole mi riempiono il cuore! Un abbracio

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