domenica 28 dicembre 2014

Un gioiello nascosto nei monti sopra Lecco

Ho scoperto San Pietro al Monte solo nel 2007, un inverno in cui preferivo andare a camminare piuttosto che rincorrere la pochissima neve per qualche sciata in mezzo a troppa gente.
Da allora ci torno almeno una volta all'anno, per perdermi nella magia degli affreschi medievali e per ascoltare l'ennesima volta la storia del luogo, che i solerti volontari dell'associazione Amici di San Pietro raccontano con grande passione a tutti coloro che arrivano qui. San Pietro al Monte per me è un luogo del cuore, posti in cui per qualche motivo ti senti a casa, in cui senti l'esigenza di tornare e da cui non vai via mai volentieri. Ci troviamo a Civate, provincia di Lecco (SS 36 per Lecco, uscita Civate, lasciare l'auto nelle vicinanze di via del Pozzo). I sentieri che portano a San Pietro al Monte sono diversi: quello che preferisco è si prende una volta oltrepassato il crotto del capraio, seguendo le indicazioni per il monte Cornizzolo (non le prime per San Pietro che si incontrano)


Nell'ampia radura in cui sbuca il sentiero (circa 400 m di dislivello e un'ora di cammino da Civate) sorge uno dei complessi benedettini più interessanti della Lombardia. La sua origine si perde nella leggenda e risale addirittura a Desiderio, ultimo re longobardo che regnò in Italia dal 756 al 774. 

Adalgiso, figlio di Desiderio e meglio noto come Adelchi, è occupato in una battuta di caccia sulle pendici del monte Pedale. Gli accade di imbattersi in un cinghiale e di rincorrerlo fino a quando l'animale, stremato, cerca rifugio in un piccolo oratorio dedicato proprio a San Pietro, presso cui viveva un eremita. Il cinghiale si ferma terrorizzato sotto l'altare e sembra spacciato, ma proprio mentre sta per scoccare la freccia, Adelchi perde l'uso della vista. A questo punto si sprecano le preghiere dei presenti e dello stesso Adelchi che promette, in cambio della vista ritrovata, di erigere una chiesa ancor più grande, con annesse reliquie del Santo.
Quella che noi vediamo oggi è naturalmente il risultato di alterne vicende, che in epoca medievale decretarono del monastero benedettino la fortuna prima - ai tempi di Arnolfo III vescovo di Milano nel XII secolo - e la rovina poi - nel secolo successivo, a causa dell'alleanza dell'Abate Algiso con il Barbarossa contro i comuni, che scatenò l'ira dei popolari nei confronti del monastero e dei suoi possedimenti (per maggiori informazioni potete leggere qui ). L'abbazia oggi è proprietà della parrocchia e vi si celebra la messa la prima domenica del mese alle 10,30 nelle stagioni fredde e tutte le domeniche in estate.
Entrare nella chiesa e guardare il ciclo di affreschi è come assistere a una lezione di teologia. A partire dalla dedicazione, che vede sopra il portale la figura del Cristo offrire le chiavi e il libro della Parola a San Pietro e San Paolo, ai preziosi stucchi nei pressi dell'entrata in cui le belve raffigurate rappresentano il male allontanato dal luogo sacro, a tutto il ciclo di affreschi dell'apocalisse - la Gerusalemme celeste, i quattro fiumi simbolo del legame diretto tra cielo e terra, il Cristo con ai suoi pedi l'agnello - il richiamo ai simboli è fortissimo e molto accurato.
Tutto culmina poi nel dipinto della parousia in cui la scena descritta da Giovanni è rappresentata nella sua completezza: la donna vestita di sole che partorisce il bambino, il drago simbolo del male, l'arcangelo Michele con le schiere angeliche che lo sconfiggono e il Cristo trionfatore all'interno della mandorla.
Di grande pregio il ciborio, di cui recentemente si è concluso il restauro. Vagamente simile a quello che si trova in Sant'Ambrogio a Milano, si distingue per una maggiore eleganza delle linee e di contro per la povertà dei materiali, di cui in quel di Civate c'era meno scelta. I frontoni sono decorati a bassorilievo, quello rivolto alla navata vede il Cristo in croce con la Madonna e San Giovanni, rispettivamente simbolo della chiesa e dell'umanità. Nella semisfera, l'agnello è circondato da diciotto figure umane, i beati, il cui numero, se scomposto nelle cifre 10+4+4 allude ai centoquarantaquattromila dell'Apocalisse. Comunque, i rimandi simbolici sono tantissimi e come chicca finale, tornando verso l'ingresso della chiesa, fate caso alle quattro colonne tortili di cui tre sono destrorse e una sinistrorsa. Qui le interpretazioni si sprecano, quella che mi piace di più è che rappresentino i vangeli, i tre sinottici più quello di Giovanni rappresentato dalla colonna sinistrorsa. 
Da non perdere anche una visita alla cripta dedicata alla Madonna dove spicca il bassorilievo della dormitio virginis e all'oratorio di San Benedetto che, pur avendo perso la maggior parte degli affreschi, è da vedere per l'interessante tema iconografico dell'altare che testimonia la funzione funeraria dell'oratorio stesso.
Un particolare curioso della storia dell'abbazia è che sia gli affreschi sia il ciborio sembrano risalire all'XI secolo, quando i monaci avrebbero iniziato ad abbandonare il monastero sul monte Pedale a favore del complesso di San Calocero a valle. Anche il motivo e il tempo preciso di questo abbandono rimane avvolto nel mistero.
Avremo modo di tornare sulla storia e sull'importanza di questo grandioso monastero, per adesso vi invito a visitarlo, è aperto tutti i sabati e le domeniche.


Simonetta Radice

4 commenti:

  1. Passeremo senz'altro, questo è certo. Probabilmente in aprile. Muchas gracias a todos ustedes
    Malles

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  2. Luogo meraviglioso ai margini della civiltà.
    Ciao Malles.

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  3. Sito magnifico, mi piacerebbe visitarlo. Avete notizia se si può arrivare vicino con l'auto? Grazie Beatrice

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    1. Ciao Beatrice, per arrivare a San Pietro al Monte occorre imboccare una mulattiera, curata e con presenza di acqua lungo il percorso, e camminare per circa un'oretta. Se non erro il dislivello dell'escursione è di circa 300 metri.

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