Un uomo senza colore

Smemorato di Collegno - I Viaggiatori Ignoranti
Regio Manicomio di Collegno
Sono lo Smemorato di Collegno, sono l’uomo senza colore.
Non ho memoria, non ho passato, sono senza forma, senza volto.
Sono senza nome, perché il Nome è una Storia, è una radice, un’identità che ti ancora ad un luogo, ad un’origine, ad un destino.
Non ho nome perché sono un simbolo, sono un ventaglio infinito di possibilità, sono una nuova vita che mi posso plasmare da capo. Sono forse anche il vostro sogno?
Sono un nuovo inizio perché ho cancellato il mio inizio: posso ricominciare da capo, posso essere me stesso più di quanto la vita finora mi abbia concesso di poterlo fare.
In quanti hanno questa possibilità?
Dove fosse il mio vecchio inizio… chissà: forse non riesco a ricordarlo, forse ho preferito dimenticarlo.
Il mio nuovo inizio è qui, al Regio Manicomio di Collegno, vicino a Torino, in una fredda mattina di marzo del 1926.
Mi hanno arrestato perché all’uscita dal cimitero israelitico hanno visto che sotto il cappotto nascondevo un vaso di bronzo. La polizia mi ha chiesto chi fossi, mi ha chiesto di dire il mio nome. E io non lo sapevo.
Non lo so più.
Nella tasca del mio cappotto c’era una cartolina illustrata con dei fiori dipinti ed una scritta vergata da una grafia infantile:
"Al mio caro babbo, accetta gli auguri di un buon giorno onomastico che di cuore ti invia il tuo affezionatissimo Giuseppino".
La fisso con lo sguardo vuoto, me la rigiro fra le mani. Ho un figlio? Ho un figlio. I miei occhi sono vuoti, li mantengo vuoti: se li riempissi porrei fine all’indefinito, porrei fine all’infinito.

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Se mi manca sapere chi sono? Non ricordare il mio passato, la mia identità?
Forse.
Suonerei troppo spavaldo persino a me stesso se vi dicessi di no. Ma la memoria funziona in maniera strana: a volte è lei che ti domina, che diventa il tuo fantasma, la tua lunga ombra scura che ti segue ovunque, pesante come un fardello di cento macigni che ti rallenta il passo, che fa tendere tutto il tuo corpo in uno spasmo di dolore. A volte invece puoi essere tu a scegliere di dominare lei.
I dottori del Manicomio cercano di ricostruire la mia identità come un puzzle: i miei interessi, le parole che scrivo, i miei saggi di letteratura, i miei disegni, i fiori che coltivo per loro sono le tessere che cercano di incastrare per comporre la risposta alla domanda “Chi è?”. Chi sono? Chi saremmo tutti noi se avessimo la possibilità di esprimere liberamente la nostra personalità, le nostre inclinazioni, le nostre passioni senza i vincoli ed i doveri che il pragmatismo prosaico della vita ci impone, senza i limiti e gli ostacoli che troviamo indelebilmente tracciati sul nostro cammino in base ai nostri natali? Saremmo sempre noi, o sceglieremmo di essere qualcun altro?
Chi sono io, dunque?


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Sono lo Sconosciuto n. 44170.

Un numero, certo. Perché, forse non siete dei numeri anche voi? Matricole aziendali, conti correnti, o anche solo semplicemente il numero di registro dell’Anagrafe? I numeri tolgono la personalità, la livellano trasformandoci in tanti robot con la divisa, schiavi del Sistema; oppure la incasellano, le impediscono di incanalarsi in binari diversi da quelli definiti dagli stretti confini della sua etichetta: per me, invece, questo numero rappresenta la libertà.
Ma alla fine hanno cercato di dare un nome anche a me.
E’ arrivato un distinto professore di Padova, a dirmi che potrei essere suo fratello Giulio Canella, filosofo fervente cattolico e capitano di fanteria dato per disperso in Macedonia durante la Prima Guerra Mondiale. E’ arrivata sua cognata, Giulia, dolce ed elegante, ad asserire, fragile e commossa, che ero suo marito.
Lo sono? 
Forse non si è che ciò che si sceglie di essere?
E io, fra le infinite carte del ventaglio di possibilità della mia non-identità, ho scelto quella di Canella.
Ma quando si sceglie una carta, quando la si scopre sul tavolo e si comincia la partita, gli equilibri si scuotono, ingranaggi sotterranei si mettono in moto e fanno riemergere gli scheletri dai fondali marini.
Questo scheletro è chi dice che io non sia Giulio Canella, ma Mario Bruneri, ex tipografo torinese dalle velleità anarchiche e con il vizietto della truffa facile, che ha cambiato molti nomi e molte città, portandosi sempre dietro sogni troppo grandi, che non avrebbe mai avuto l’energia e la concretezza di realizzare, ma che sono riusciti sempre ad abbacinare qualcuno tanto da riuscire ogni volta a fargli aprire un po’ troppo il portafoglio.
Sono così in tanti a dirlo, che potrebbe quasi sembrare la verità.


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Lo Sconosciuto (a sinistra) e Mario Bruneri (a destra)


Ma cosa fa di un’affermazione “la Verità”? E’ sufficiente che sia un elevato numero di persone a sostenerla?

La Verità è ciò che si sceglie di credere. E io non scelgo questa verità.
Io non voglio essere Mario Bruneri.
Del resto, signori, se vi fosse data la facoltà di scegliere, chi vorreste essere fra un idealista truffaldino che campa frustrato di espedienti, ed un rispettato intellettuale dell’alta borghesia con una solida ed importante famiglia alle spalle?
Confessatevi ed ammettetelo. Se è di possibilità che parliamo, forse ogni uomo non dovrebbe poter cogliere la fortuna di avere i mezzi per diventare una persona migliore, qualora gliene si presentasse l’occasione?
D’altro canto, se non fossi Canella, come potrebbe mia moglie, la mia Giulia, avermi riconosciuto non appena mi ha visto? Come si potrebbe ingannare il cuore di una donna innamorata?
Ah, lo so cosa dite voi, miei detrattori: il cuore di una donna innamorata, a volte, si può ingannare con l’amore stesso; il vuoto della perdita è già stato colmato con la disperazione, e quindi, qualunque altra cosa galleggi sulla sua superficie, preferisce non porsi troppe domande. Ma se anche fosse? Che torto avrei, in tal caso, se le avessi permesso di credere ciò di cui aveva bisogno di credere? Che torto avrei per aver reso nuovamente felice una donna che portava una cappa di dolore ben più bruciante dell’esser vedova - il tormentoso dubbio di non esserlo?
La felicità, signori, non si pone mai troppe domande.
E la mia storia, per voi, diventa un indovinello, un trabocchetto logico come quello in cui bisogna riuscire a scegliere la Porta del Paradiso o quella dell’Inferno facendosi guidare solo da un’unica domanda, fatta ad un uomo che non si sa se sia quello che dice sempre la verità, oppure quello che mente sempre: io mento o vi sto dicendo la verità?
Se fossi Giulio Canella non avrei motivo per mentirvi - se non quello che, in realtà, io non ricordo affatto chi sono.
Se fossi Mario Bruneri non avrei motivo per dirvi la verità: e la mia truffa stavolta sarebbe così geniale che riuscirei anche ad ingannare me stesso - ma se nemmeno io posso più dire chi sono, come potrete riuscirci voi?
Forse sta proprio qui il vero colpo di scena.
Forse non sono nessuno dei due.





Sono soltanto lo Smemorato di Collegno, e, per essere me stesso, alla fine, ho dovuto fingere di essere qualcun altro...


Serena Chiarle



NdA: il Caso Bruneri - Canella ha avuto grandissima attenzione sulle pagine di cronaca a partire dal 1927 fino al secondo Dopoguerra.
Nonostante la Corte di Cassazione abbia riconosciuto all'uomo di Collegno, avvalendosi anche della prova scientifica dell'esame delle impronte digitali, l'identità di Mario Bruneri, la famiglia Canella si è sempre opposta alla sentenza, insistendo che l'uomo fosse il loro congiunto disperso nella Prima Guerra Mondiale.
Lo Sconosciuto e la signora Canella, moglie di Giulio, vissero insieme fino alla morte, trasferendosi in Brasile al fine di poter riconoscere ufficialmente i tre figli che ebbero insieme, illegittimi per lo Stato italiano.
Sia Bruneri che Canella, nel 1927, avevano un figlio di nome Giuseppe. 
Nel 2014 è stato eseguito un esame del DNA, che ha confermato che lo Sconosciuto non fosse Canella.

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