sabato 25 ottobre 2014

Un insolito percorso tra scivoli sacri e divinità pagane

...Eppure tendi l'Arco Alpino fra le corna del cervo divino
Alcamon Ram Haros
Su buona parte dell'arco alpino italiano, ma non solo in quanto la pratica si diffuse anche in altre regioni europee come Francia e Germania, è possibile imbattersi nelle cosiddette pietre (note anche come scivoli) della fertilità.
Massi dalla superficie levigata che venivano utilizzati come scivoli per garantire fecondità oltre ad un contatto col trascendente ed il divino.
Queste presenze, come vedremo in seguito, si trovano sovente vicino a massi coppellati (di cui non ancora è del tutto chiara la correlazione) e cappelle votive.
In antichità le donne usavano girare attorno a queste grosse pietre o si “lasciavano scivolare” in segno propiziatorio per scacciare la sterilità e accrescere la possibilità di avere figli.
Analizziamo questa singolare pratica dirigendoci nella provincia piemontese del Verbano-Cusio-Ossola (in ambito regionale prassi simili sono riconosciute in Valsesia, nel biellese e nel novarese), più precisamente nelle vicinanze del nucleo di Miazzina (denominato il balcone sul Lago Maggiore).
A Monscenù (facente parte dell'abitato sottostante di Cambiasca) accanto alla chiesa (di seguito ribattezzata “oratorio di Monscenù”) si snoda il sentiero che conduce ad Ungiasca (frazione di Cossogno) da cui, poco distanti, sono visibili dei sassi recanti coppelle ben levigate e di diversa profondità sui quali si ritiene le donne si recassero in cerca della fecondità perduta.
Blocchi con testimonianze di coppelle possiamo reperirli anche nell'oratorio di Unchio (distante una manciata di chilometri) dedicato alla Madonna della Croce; si tratta di un'incisione antropomorfa e 43 coppelle (alcune delle quali collegate da minuscoli canaletti).
Lasciando Unchio puntiamo verso l'agglomerato di Miazzina e continuando l'ascesa raggiungiamo località Alpe Pala dove poco prima della grande piazza sulla destra possiamo osservare il cosiddetto “Sasso di Pala”.
Un consistente affioramento roccioso di origine glaciale, utilizzato dai bambini del luogo prevalentemente a scopo ludico, si ritiene abbia avuto nei secoli passati la spirituale funzione di generatore di fecondità femminile grazie alla sua superficie spianata e miracolosa.
Spostandoci più ad ovest, quasi alle porte della Val Grande, tra Cossogno e Miazzina sorge la Motta d'Aurelio, una vasta conca di origine morenica.
Vicino ad una cappella eretta a fine 800 è presente un grande masso (utilizzato anche per l'accensione dei falò in occasione della festa celtica di“Luganasad”) su cui si ritiene siano incisi i tratti della divinità Kernunnos, per noi Cernunno. Il signore degli animali, l'uomo selvaggio padrone delle bestie, simbolo di forza, potere e trasformazione. 


La divinità appare come un uomo con corna di cervo (animale totemico per i celti) recante in mano una spada.
Cernunno rinasce ad ogni solstizio d'inverno, si accoppia con la Dea Madre e Beltane per poi morire con il sopraggiungere del solstizio d'estate in un ciclo eterno di vita e di morte, di luce e di buio, concetti strettamente legati a tutte le arcaiche culture pagane.
Questo lastrone di roccia ospita sulla cima tre coppelle indubbiamente utilizzate a scopo rituale come illustrato in precedenza.
Spingendosi verso ciò che resta delle baite di Corte del Bò incontriamo la Chepèle d'Midi (la Cappella di Emidio), dietro la cui sommità possiamo notare quattro rocce con relative incisioni rupestri e poco più in la un gruppo composto da 4 rocce altrettanto incise.
Una di esse, possiamo affermare quasi con certezza, appartiene al medioevo, fatto che ci spinge a convogliare la nostra attenzione unicamente sulle restanti 7 rocce.
7, numero sacro per la tradizione sciamanica indoeuropea in stretta correlazione con i potenti centri di energia dell’anima, i cosiddetti chakra. Anche la posizione dei massi viene in aiuto suggerendo un percorso dai risvolti magico-sacrali, inducendo l'ascesa ad un punto focale dove i nostri antenati avvertivano la presenza di energia, un energia arcaica sprigionata dalla Madre Terra.
Attraverso la loro acuta sensibilità essi valutavano questo soffio vitale mediante pratiche a noi totalmente ignote; possiamo quindi assurgere la Motta d'Aurelio a Sacro Monte Pagano in onore di Cernunno.
Divinità pagana brutalmente bistrattata a cui toccò la sorte peggiore quando la chiesa, detentrice del potere, furbescamente ne demonizzò la sua figura additandola a versione Cristiana del Diavolo, causa di tutti i mali e disgrazie terrene (nonostante nella Bibbia esso non venga mai esplicitamente citato).
Mefistofelica premeditazione chiesastica (spinoso ma inevitabile ossimoro) al fine di allontanare la genti dell'Europa celtica dalla loro divinità.
Precisiamo che alcune immagini di questa deità, prima di andare tristemente disperse durante il trasporto al Museo Archeologico di Torino, erano presenti anche nell'area del Vergante (alto novarese) tra i paesi di Levo e Nebbiuno.
Avviandoci ora in direzione di Fosseno (frazione di Nebbiuno) nelle vicinanze dell'antico lavatoio imbocchiamo il sentiero che sale nel bosco e dopo qualche minuto di arrampicata ci troveremo al cospetto del “Sass d’or”, un masso di discrete dimensioni ospitante ben 18 coppelle; il numero di esse (sorprendentemente in multipli di 3) e la poco distante sorgente rivelano qualcosa di straordinario; il sito è incontrovertibilmente la proiezione di un altare realizzato in onore della Dea Matrona (Dea Madre) e vicino ad esso si compivano i rituali legati al culto dell’acqua benefica (ricompare nuovamente il concetto di fertilità e generazione delle vita).
Ma non è tutto, riaffacciandoci sul sentiero in direzione di un ben visibile punto panoramico giungiamo nei pressi di una grossa croce dove fino dal secolo scorso gli abitanti di Nebbiuno ardevano imponenti falò in onore di Sant'Antonio non sapendo che dietro a quei gesti apparentemente ingenui si celavano le tracce del loro passato, quando i loro antenati erano soliti manifestare segni di ringraziamento nei riguardi delle divinità attraverso l'uso del fuoco.
Un cammino spazio-temporale che definisce attraverso i suoi preziosi contenuti e linguaggi la consapevolezza che passato, presente e futuro sono e saranno indissolubilmente legati.


Filippo Spadoni


Bibliografia
  • Magia e mistero nella terra dei Celti di Corbella Roberto
  • Inter alpes. Insediamenti in area alpina tra preistoria ed età romana

5 commenti:

  1. E' interessante il fatto che molti massi usati a scivolo sono di pietra ollare che in Vallemaggia (CH-TI) viene chiamata "güia", voce che rflette il verbo dialettale milanese o lombardo "sgüiàa" scivolare, anche pattinare, e che indica la scivolosità della pietra ollare al tatto, per il contenuto di talco. Gli scivoli dei parchi per i bambini erano le "sgüiarole".

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  2. Ottima osservazione. Le cose (avendo orgini antichissime) molto probabilmente sono direttamente collegate. Da approfondire...

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  3. Mi è molto spiaciuto non partecipare all'evento, dato che m'interesso da diverso tempo alle incisioni nel sentiero archeologico sopra la S.S. Trinità di Ghiffa (non che lo stesso sito della Trinità, che molto probabilmente era un luogo consacrato ad una divinità solare). In questo caso i massi a scivolo erano utilizzati per tracciare una mappa "stellare", in uno di questi ho chiaramente distinto la costellazione di Orione (nei pressi della "Cappella di sabbia rossa").

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    1. Ciao! sicuramente vi saranno altre occasioni ed opportunità per conoscerci. Molto interessante il sentiero della Trinità di Ghiffa. Il sacro Monte, quindi, potrebbe essere un sacrum continuum?

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  4. e il mitico "Sasso Scivolone" a Malesco ve lo siete dimenticati!!!

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