Quando la montagna uccide. Prigionieri sul Gridone

"Di lassù volgevamo l'occhio con ansia, quasi impauriti dall'aspetto degli abissi che circondano l'aerea rupe", così scriveva Luigi Lavizzari (naturalista e geologo svizzero) nel 1860 riferendosi alla maestosità del Gridone (noto anche come Limidario) e del panorama che là in alto è possibile godere (ci troviamo in Val Vigezzo nel nord del Piemonte a pochi chilometri dal confine elvetico).
Imponente la vista sul Monte Rosa e sui quattromila del Vallese, verso i laghi e sulla pianura lombardo-piemontese. La storia che ci apprestiamo a narrare avvenne nella notte tra il 24 e il 25 settembre del 1896 ed ebbe come protagonisti 3 alpinisti italiani.
Precisiamo che in condizioni di bel tempo si tratta di un'escursione non troppo impegnativa (la sommità misura appena 2.188metri). Unicamente negli ultimi tratti, costituiti da una cresta rocciosa, ci si può imbattere in passaggi maggiormente difficoltosi, il resto dell'ascesa avviene su un tradizionale sentiero di montagna discretamente segnalato. Ma l'alone sinistro che questo monte si porta appresso affonda le radici nella notte dei tempi; assai famoso è il cosiddetto “pian di stri” (piano delle streghe) situato in una brulla conca nella parte bassa del massiccio dove al sabato, leggenda vuole, si radunassero le streghe vigezzine per il consueto sabba satanico.
I fratelli Zoia formavano la prima coppia di alpinisti (Raffaello e Alfonso, figli del professore di anatomia dell'università di Pavia), il terzo era il dottor Filippo De Filippi figlio dell'avvocato De Filippi di Torino; quest'ultimo non ancora trentenne ma già alpinista di una provata esperienza.
Partiti da Craveggia, dove risiedevano per la villeggiatura, attorno alla mezzanotte sotto una incantevole stellata ed una gigantesca luna giunsero in vetta attorno alle 10 del giorno seguente.
Grazie alle favorevoli condizioni meteorologiche optarono per una sosta in vetta di qualche ora al fine di godersi lo sfavillante scenario alpino.
...ma in montagna, come è ben noto, le condizioni meteo tendono a mutare in un lasso di tempo assai breve.
Attorno a mezzogiorno insistenti sbuffi di vento provenienti dal profondo nord annunciavano le prime avvisaglie del cambiamento.
Una sottile ma traditrice nebbia iniziava ad avvolgere la cima ed in pochi minuti il gruppo si ritrovò nel bel mezzo di un feroce fortunale.
Le scariche si susseguivano con una violenza inaudita e per compressione trasportavano a terra oltre ai chicchi di grandine anche fiocchi di neve, cosa assai inusuale per la stagione.
Una bufera di vento e ghiaccio manifestava tutta la sua brutalità come una sinfonia demoniaca.
Stretti in quel turbine di violenza i tre alpinisti decisero di iniziare la discesa ma il De Filippi notò che i fratelli Zoia iniziavano a mostrare segni di affaticamento ed il loro passo stentava a seguire il suo.
Con un gesto disperato prese la decisione di infilarsi in un canalone che avrebbe dovuto condurli in breve tempo verso la Val Cannobina ma la furia della natura aveva stremato i loro corpi e la neve incollata sulle rocce rendeva incerti anche i passaggi più semplici.
Dopo pochi metri si trovarono di fronte ad un salto impossibile da superare in quelle condizioni estreme, dovettero quindi fare marcia indietro e dirigersi nuovamente verso la vetta tra sforzi immani e profondo avvilimento.
Ogni passo richiedeva una quantità di energia che il loro fisico non era più in grado di fornire e quella furiosa neve era ormai arrivata a lambire le ginocchia rendendo il tutto ancor più ostico.
A fine settembre le giornate sono corte ed il buio incalza presto; completamente privi di forze trovarono per loro fortuna un pianoro disteso fra le rocce dove decisero di passare la notte, non vi era altra scelta!
Il cielo si aperse facendo precipitare la valle in un freddo tagliente, un sussurro dalle sembianze invernali.
Il De Filippi cercò di mantenere il morale alto dei ragazzi ma Raffaello crollò improvvisamente a terra esanime.
A nulla valsero i tentativi di rianimarlo. Raffaello era morto.
Mai notte fu più lunga per quelle anime disperse lassù; sopratutto per Alfonso al cospetto del fratello morto schiacciato nel silenzio gelido ed immobile della montagna, oggi così severa.
Alle prime luci dell'alba, dopo aver adagiato il cadavere sotto un piccolo balmo al riparo dalle intemperie i 2 superstiti tentarono nuovamente la discesa.
Alfonso non reagiva, la notte insonne trascorsa all'addiaccio non aveva certo giovato al suo già vacillante equilibrio sia fisico che morale. Barcollava, inciampava, scivolava per un nonnulla. 
De Filippi meditò allora di ancorarlo mediante una corda e di farlo scivolare per il pendio innevato innanzi a se, ma poco dopo Alfonso annaspava disteso nella neve; trascorsero brevi istanti ed anche il suo cuore lentamente cessò di battere.
Al povero De Filippi non rimase che legare i 2 cadaveri attorno ad una sporgenza rocciosa affinché si ritrovassero (alcuni corvi aleggiavano funestamente attorno ad essi con fare minaccioso).
Raccolse le sue ultime forze e raggiunse la Bocchetta di Fornale per poi ridiscendere verso Spoccia dove prima del paese incontrò i finanzieri che calorosamente lo accolsero.
I paesani informati del triste avvenimento galopparono verso la cima per vegliare i poveri corpi rimasti lassù fra quelle rupi. Nel pomeriggio di domenica vennero finalmente riportati a valle dalle autorità, i loro volti apparivano sereni, sembrava quasi dormissero.
La relazione medica sentenziò come causa di morte per Alfonso una sincope cardiaca mentre per Raffaello una sfortunata concatenazione di cause: sfinimento e commozione d'animo per la perdita del fratello. Il De Filippi se la cavò con un principio di congelamento ai piedi che si risolse in breve tempo.
Con il permesso della prefettura di Novara le salme vennero trasferite a Craveggia dove a palazzo Mellerio venne allestita la camera ardente
Lo sfortunato caso fu in seguito narrato da Angelo Mosso (professore di fisiologia dell’Università di Torino e inventore della Capanna-Laboratorio Regina Margherita sul Monte Rosa), dopo una precisa relazione fornitagli dal De Filippi, nel volume “Fisiologia dell'uomo sulle Alpi: studi fatti sul Monte Rosa (1897)”.
L' incipit dell'articolo recita: “Fino a che durerà la fisiologia della fatica saranno ricordate queste pagine del dottor De Filippi, perché nella storia delle Alpi vi sono pochi avvenimenti più tragici. Nessuna supera questa per la novità di una sventura quasi sovrumana.”.
Una sciagurata concatenazione di cause, apparentemente inarrestabile e guidata unicamente dal fato, si abbatté quei giorni sulle pareti del Gridone.
A noi non resta che questo breve racconto, una cronaca lontana, per cercare di non dimenticare il triste epilogo che ebbero i poveri fratelli Zoia rapiti per sempre da quelle immense cime.
"Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l'amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita."
Dino Buzzati, "Il deserto dei Tartari"


Articolo di Filippo Spadoni
Foto di Fabio Casalini, Post-produzione a cura di Filippo Spadoni

Commenti

  1. sul pianoro nella foto c'è anche la mia baita

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    1. Bella posizione!! complimenti.

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    2. sono rientrato in questo momento dopo 3 giorni passati lassù,ma di sole non ne ho visto

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    3. Mario quando però è bello hai una vista mozzafiato ed una tranquillità invidiabile... poi che sotto le Lepontine il bello sia poco tempo all'anno è un'altro discorso.... :)

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