domenica 12 ottobre 2014

Il lago di Brumei

Camminare sei, sette ore, non incontrare nessuno. Distinguere a fatica il sentiero, tra bolli di vernice stanchi di tempo e una traccia che rischia anno dopo anno di finire divorata da una vegetazione padrona. Non raggiungere nessuna cima ma specchiarsi nelle acque limpide di un lago effimero che, solo in estati ebbre di pioggia e di vento come queste, si rivela nella sua veste migliore.  
Ci sono ancora posti così nelle Alpi, lontani dal turismo di massa ma anche di quello d’élite, semplicemente poco frequentati in assoluto, anche dagli escursionisti locali. “Montagne che non danno gloria” per dirla con Maurice Braudel ma dove “è ancora concesso di sentirsi liberi”. Liberi di perdersi, di non lasciare il proprio nome su nessun libro di vetta, di non aggiungere “una tacca sul fucile” come si finisce col fare con troppe ascensioni.
Siamo qui in Valle Antigorio, non ancora alta montagna, non più valle prealpina. Osservatorio privilegiato per la geologia delle Alpi – la famosa finestra di Verampio ne svela lo strato più basso -è terra di orridi, di prati e pascoli, di una storia antica e complessa. Abitata dall’uomo fin dalla preistoria, fu territorio privilegiato di incontro tra la civiltà mediterranea e quella atlantica, come dimostra la coesistenza di strutture in pietra a falsa volta e circoli di strutture megalitiche. Nel sedicesimo secolo fu teatro di una tragica pagina scritta dall’inquisizione, con la caccia e i processi alle cosidette “streghe di Baceno” mentre in tempi più moderni vide, al pari di tante valli alpine, il fenomeno dell’abbandono degli alpeggi. Qui Laura Pariani ha raccolto testimonianze per il suo splendido romanzo “La valle delle donne lupo”, a documentare la difficile vita di una donna nei mondi chiusi.
Impossibile capire dal fondovalle – stretto e abbastanza severo – la dolcezza dei pascoli e degli alpeggi rifugiati sulle montagne, la vastità degli spazi sospesi, le praterie nascoste. In uno di questi spazi, si nasconde il lago di Brumei. Un lago effimero, si diceva, alimentato esclusivamente da acque di fusione e che, nelle estati più calde, si riduce a pozza o scompare del tutto. Lo vidi così, poco più che uno specchio d’acqua fangosa, qualche anno fa, dalla cima del monte Cistella, ma decidemmo andarci, per il fascino che esercitano su di noi da sempre i luoghi selvaggi e abbandonati.
Per arrivarci bisogna abbandonare l’auto pochi chilometri dopo Croveo, subito dopo aver oltrepassato il ponte ad arco. Imbocchiamo la strada per Esigo (1140 m), attorniata da splendidi larici. Dopo aver superato le belle baite restaurate e la chiesetta continuiamo sulla strada poderale fino a un cartello metallico nei pressi dell’Alpe Agarù (1368 m), da cui si stacca il sentiero per Corte Brumei che, con un po’ di attenzione, si individua senza troppi problemi. Corte Brumei (1854 m) e Corte Cerino (1678) sono gli unici due alpeggi attorno alla conca di Brumei. Di corte Brumei rimangono pochi ruderi, pietre che parlano di un passato ormai perduto, di fatiche inedite e di lunghe solitudini. Questo è l’unico punto in cui può non essere facilissimo trovare il sentiero: dietro il rudere c’è un sasso con un segnale cai e da lì bisogna cercare con molta attenzione gli altri bolli (eventualmente scegliere un traccia che parte a sinistra del bollo che porta in un vago canale: all’inizio di questo, una freccia indica la direzione e riporta sul sentiero).  
Si prosegue lungamente nella conca, tra prati e rododendri: il sentiero non è sempre evidente – incontriamo un vecchio abbeveratoio scavato in un tronco, unico segno dell’attività agricola che si svolgeva qui – ma a un certo punto il lago appare ed è la perfezione. Ci fermiamo ad ammirare il riflesso delle montagne – spiccano l’Arbola e il Cervandone – nel silenzio che solo la montagna sa regalare. Una piccola croce ricorda Borla Paolo P. di anni 14, annegato “in un’afosa giornata nel 1915″ e sorprende quasi che un luogo come questo possa essere stato teatro di un fatto tanto drammatico.
Mi sento privilegiata ad essere arrivata fino a qui, questo lago è una perla preziosa che qualcuno ha voluto regalarmi. Scatto foto, ma so che le immagini sono inadeguate almeno tanto quanto le parole a rendere la magia di certi istanti, intensa e effimera come questo lago – la montagna è per certi versi un piacere poco comunicabile.
Dalle sponde del lago si vede  perfettamente il passo Deccia (2126 mt), che a questo punto dobbiamo risalire. Costeggiamo quindi lo specchio d’acqua a destra cercando sempre i bolli cai. Salendo, il lago cambia forma e colore, si trasforma in uno specchio a forma di cuore, incastonato nei larici. Lo abbandoniamo a malincuore e scendiamo il ripido sentiero che porta all’alpe Deccia, per buona parte decisamente sconnesso e scivoloso, nonché invaso dalla vegetazione quest’anno particolarmente rigogliosa. All’alpe Deccia ero stata per la prima volta quest’inverno, le baite pressoché sepolte dalla neve. Oggi è uno splendido spazio verde dove ci fermiamo a chiacchierare del tempo di questa matta estate con una signora, fuori dalla sua baita – e saràl’unico incontro di oggi. Ma la magia di questa giornata non finisce qui. Il sentiero che da Deccia riporta a Esigo si snoda tra boschi di larici che ricamano giochi di luce magici, due caprioli si rincorrono sui pendii e il sentiero è letteralmente disseminato di ottimi finferli che non esitiamo a raccogliere.
Sono queste le giornate che ti lasciano senza desideri, perché dopo aver fatto il pieno di bellezza non c’è quasi posto per altro. La Valle Antigorio è così, richiede un po’ di fatica, un guizzo di curiosità per farsi conquistare, ma poi è lei che ti conquista, forse per sempre.

Simonetta Radice

1 commento:

  1. davvero un luogo magico ..che incanto ..

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