Toglietemi tutto ma non il sorriso ovvero pensieri sparsi salendo il Gran Sasso.


5,00 (cinque e zero zero come direbbero i pinguini di madagascar): suona la sveglia del telefonino: mi tiro insieme cercando di fare meno rumore possibile per non svegliare la compagna e la figlia che dormono come sassi, controllo lo zaino e cerco di fare una colazione più abbondante possibile perché lo sforzo che mi attende e di quelli che ti ricordi per tutta la vita.
Esco dall’appartamento, mi dirigo verso il parcheggio del residence tra gli sguardi perplessi del custode (che si chiede perché un bipede lo abbia svegliato a quell’ora) e dei suoi pastori abruzzesi rubati in tenera età alla montagna per respirare aria di mare.
Il sole sta sorgendo.
Collego il navigatore e la signorina mi svela quello che già sapevo, ma che avevo cercato di rimuovere dalla mente: Giulianova – Prati di Tivo  65km ( e questo va bene), percorrenza 1h e 20 minuti…..giusto il tempo di un cd di Van de Sfroos, anche se qua di contrabbandieri non ne hanno mai visti.
Dopo circa 15 minuti capisco perché il Gran Sasso viene chiamato il Gigante che dorme: la sua sagoma, che si staglia dura ed arcigna all’orizzonte, assume vagamente le sembianze di un uomo addormentato.



Dopo circa 1 ora e mezza parcheggio l’auto di fronte alla seggiovia e ad un bar: quindi lettura rapida di un quotidiano, seconda colazione e via.
La seggiovia parte alle 9.00, sono circa le sette: mi si presentano due possibilità, la prima risalire seguendo il sentiero dell’ Arapietra; la seconda seguire per direttissima gli impianti sino ad incrociare il sentiero sopra citato nella sua parte terminale. Scelgo la seconda possibilità: ho due ore per risalire il crinale della montagna seguendo, per buona parte del percorso, i piloni della seggiovia senza che qualche cabina possa spettinarmi…..
Prati di Tivo si trova a 1450m, mentre il punto di arrivo della cabinovia, in località la Madonnina, si trova a 2050m. La lunghezza dell’impianto è di 1750 metri contro un dislivello di 600m: tutto questo significa che dopo mezzora sono già stanco; avevo sottovalutato la pendenza del percorso. Giustifico mentalmente le varie soste con l’obbligo di fare fotografie al gigante che incombe sopra di me. Lo stomaco non è in forma, non capisco se sono le due colazioni (abbondanti) o i diversi piatti di fritto misto della sera precedente.
Dopo circa 1 ora e mezza giungo alla prima meta di oggi: mi prendo un meritato riposo per guardare il panorama. Il riposo diventa una sosta lunghissima, tanto che iniziano ad arrivare le prime cabine cariche di escursionisti ed arrampicatori: ne vedo alcuni che hanno con se circa 1km di corde e sono in due, come faranno a portarsi quel peso lassù è un mistero.




Mi dirigo verso l’inizio del sentiero vero e proprio seguendo le indicazioni che portano al rifugio Franchetti; le nuvole iniziano ad abbracciare il Corno Grande la temperatura scende rapidamente ed io mi chiedo perché non sono sul lettino in riva al mare a leggere la gazzetta o giocare con mia figlia; la risposta è una sola: passione per la montagna.
Prima di ripartire guardo con estremo interesse il Paretone e la catena Orientale del Corno Piccolo che sbuca dietro il santuario della Madonnina, parzialmente avvolto dalle nuvole. Ricomincio a salire, mi echeggiano nella testa le parole della mia guida personale, l’amico Aurelio (persona a cui devo la riscoperta della montagna): “avanza a piccoli passi che arrivi lontano”.
Dopo qualche minuto mi trovo avvolto nelle nebbie e mi accingo ad affrontare il “passo delle scalette” che mi permette di entrare nel Vallone delle cornacchie; questo passaggio è da fare con Estrema Attenzione, in quanto il terreno su cui si cammina è leggermente franato: ripongo le bacchette nello zaino e con molta cura “catturo” le corde fisse che permettono di superare l’aereo passaggio.



Tornante dopo tornante mi addentro nel vallone delle cornacchie sto salendo tra enormi sassi, lingue di neve e qualche piccolo ghiacciaio l’ambiente intorno a me è quello grandioso dell’alta montagna (vabbè sono a 2300/2350 metri ma vi giuro che l’idea è quella). Sono di nuovo alle prese con un piccolo traverso a sinistra, lo doppio ed eccomi di fronte ad uno spettacolo che non mi aspettavo e che leggermente mi confonde: sono sugli Appennini o sulle Dolomiti? (intanto ogni scusa è buona per fermarmi a rifiatare): no sono le pareti del corno Piccolo in tutta la loro imponenza e verticalità. Il sentiero è sempre ben segnalato e non troppo impegnativo (avessi aspettato la partenza della cabinovia era meglio): ora sale tra tornanti su di un risalto erboso che divide in due il Vallone delle Cornacchie (ci sarà un motivo per cui si chiama così………….ma io non ne ho vista nessuna). Dopo circa 1 ora dalla Madonnina arrivo in vista del rifugio Franchetti a quota 2433m. C’è troppa gente sul belvedere, quindi decido di ripartire verso la sella dei due Corni a quota 2523m: ci arrivo abbastanza stremato dopo circa un ventina di minuti: la visione della parete Est del Corno Piccolo è maestosa (il nome che gli è stato dato è tutto un programma: le fiamme di pietra). Una sosta lunghetta è d’obbligo: mi tolgo lo zaino, cerco la macchina fotografica intanto che le nuvole mi assalgono come impazzite : in breve tempo è tutto coperto e la brezza diventa un vento fortissimo; decido di non chiedere altri sforzi al mio corpo anche perché ora il sentiero è complicato e qua e la c’è ancora del ghiaccio che ad occhio mi sembra infido e scivoloso ( d’altronde è ghiaccio).


La montagna è bella e regala sensazioni fortissime, ma bisogna conoscere i propri limiti, in particolar modo quando ci si muove su di un terreno che non si conosce.

Sono arrivato a due passi dalla vetta (facciamo anche un centinaio) ma sono contento: per me non è importante la foto di vetta o la retorica della conquista; l’importante è vivere la montagna anche se questo coincide con la rinuncia alla fine ultima dell’alpinismo e dell’escursionismo, la vetta appunto.

Fabio Casalini.

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