venerdì 8 agosto 2014

Quel che resta della famiglia Caetani

Lelia, l'ultima dell'intera stirpe Caetani, passeggia pensierosa nel suo amato giardino profumato di rose quando, all'improvviso, si allarga sul suo volto un sorriso compiaciuto. Ecco quel che deve fare. 
D'ora in avanti impiegherà le sue energie per cercare di lasciare segni significativi del passaggio dei Caetani in questo mondo. Non può permettere che secoli di storia dei duchi di Sermoneta svaniscano in un soffio, la sua resta pur sempre una famiglia tra le più nobili del paese, che annovera tra i suoi antenati, nel bene e nel male, addirittura Bonifacio VIII. Mi piace immaginare questa donna, dalla spiccata sensibilità botanica, proprio nel momento in cui l'idea di una fondazione dedicata al padre Roffredo inizia a germogliare in lei e, con essa, la voglia di aprire a tutto il mondo le porte di luoghi magici, come il Castello di Sermoneta ed il giardino di Ninfa. 
Questa idea della fondazione, a pensarci bene, si sarebbe potuta quasi indovinare: pare che buona parte dei Caetani, ma di sicuro i membri delle ultime tre generazioni, si siano distinti per la loro generosità e la grande attenzione al bene collettivo. Una prova di non poco valore a sostegno di questa idea potrebbe leggersi nella loro capacità di tramandare, sin quasi ai giorni nostri, un patrimonio immobiliare praticamente intatto: l'abilità nella gestione ha avuto un merito importante, ma di certo hanno contribuito anche il sincero interesse e la costante cura nei confronti di coloro che operosamente lavoravano ed abitavano le terre di famiglia. Non dimentichiamoci che l'origine del casato è rurale ed affonda radici nel lontano feudalesimo: sebbene la posizione sociale prevedesse una certa mondanità, i Caetani sono sempre rimasti fedeli alla loro natura, lontani dagli sfarzi e dagli sprechi. Un po' come le paludi in cui si sono insediati, che erano una vera e propria barriera territoriale rispetto ai centri dell'alta società, allo stesso modo, pur facendo parte di una casta privilegiata, sono rimasti da essa separati ed indipendenti. Erano anticonformisti, non convenzionali, forse persino rudi sotto certi aspetti, eppure in ambito ambientale e paesaggistico si sono rivelati sensibili ed illuminati e quel che hanno realizzato a Ninfa ne rappresenta forse la migliore espressione. 
Qui la famiglia intera si è adoperata su due fronti: da un lato ha realizzato il giardino, dall'altro si è occupata di preservare il territorio circostante, altrettanto importante per garantire la vita del giardino stesso. E' stata impedita l'avanzata della speculazione edilizia dai paesi attigui, sono stati annullati grandiosi progetti di espansione industriale ed infine è stata difesa con fermezza la sorgente d'acqua che disseta tutto il giardino. Il cuore lussureggiante è un'esplosione di verde in una natura piuttosto arida e riarsa, fatta di campi coltivati, che quasi sembrano usciti da un libro di storia del paesaggio per via delle siepi, dei filari, dei fiori selvatici che ormai altrove sono spariti, e fatta di vegetazione mediterranea che adorna le colline circostanti regalando in questo modo uno sfondo unico ad ogni scorcio che si gode dal giardino. Nell'anno 2000, per continuare al meglio l'opera di salvaguardia, la Regione Lazio attribuisce il titolo di Monumento Naturale a Ninfa, che la vincola non solo dal punto di vista paesistico, ma anche idrogeologico e venatorio. 
E' un luogo davvero unico e non stento a credere che tanto sia l'interesse che riesce a suscitare. Ha una storia ricca ed affascinante che non conosco ancora quando mi appresto alla visita: mi si prospetta un vero e proprio appuntamento al buio. Davanti al grande cancello in ferro battuto, contemplando il viale di ingresso, confesso di avere un momento di esitazione: le poderose mura di cinta in mattoni, le rose rigogliose ad esse addossate, la collina carsica dal profilo spezzato laggiù in fondo che incornicia la vista ed il silenzio pacifico, sembrano quasi irreali. 
Non sono per nulla pronta per questo giardino, me ne rendo conto appena si alza il sipario e lo spettacolo della natura inizia un'armoniosa danza di romantici fiori, spettacolari alberi e grandiose rovine. Una bellezza ineffabile, mai vista prima, delicata ma evidentemente tenace, diversa ed infinitamente distante da ciò che esiste oltre i suoi confini. E' quel che si potrebbe definire un paradiso terrestre, al di fuori del tempo e dello spazio. Il presente si mischia con il passato, il passato remoto emerge con misura ma senza indecisione, il futuro non ha alcuna ansia di affermarsi perché, si capisce, avrà il suo spazio: periodi distanti eppure connessi, smussati, imbellettati ed incorniciati da una natura sublime che li custodisce nel suo grembo e ne amplifica la forza. Sembra quasi che ogni pioppo, ogni rosa, ogni bambù, ogni calla, ogni edera nati spontaneamente abbiano messo radici guidati da una invisibile mano che ha sapientemente progettato una coreografia sublime. Allo stesso tempo ciò che i Caetani, sostenuti da una innata e raffinata capacità di saper leggere nel paesaggio le sue potenzialità, hanno scelto di mettere a dimora è ormai indistinguibile nel perfetto quadro vegetale naturalistico. Cammino con il naso per aria, incredula nel sentirmi io stessa una nota in accordo con questa strabordante poesia, quasi ad essere il verso mancante per completare la strofa. 


Le origini di Ninfa sono molto antiche, tanto che addirittura Plinio ne racconta. Purtroppo fu distrutta nel 1382 durante una battaglia contro i sarmonetani. Da allora non fu più abitata da alcuna popolazione stabile, soprattutto a causa della malaria. Questo flagello, unitamente al fatto che non fu ricostruita e divenne ideale meta per briganti di passaggio, contribuì a tessere un leggendario alone di mistero e morte attorno alla città. Le rovine e la natura selvatica iniziarono così una lenta e sommessa simbiosi, rivelata solo centinaia di anni più tardi, quando la ricerca del pittoresco spinse alla perlustrazione della assolata e desolata campagna romana. Lo struggente romanticismo con cui si arrivava a contemplare questa città morta, eppure bellissima grazie allo spontaneo ma incredibilmente calibrato dominio esercitato da alberi arbusti e fiori, fu di ispirazione per i Caetani che pianificarono di trasformarla in giardino a partire dagli inizi del Novecento. 
Coloro che si sono trovati di volta in volta alle prese con la progettazione di questo luogo sublime non hanno potuto evitare di incontrarsi (o forse scontrarsi!?!) con il genius loci di Ninfa, che ha evidentemente saputo condurli con fermezza verso il disegno di un vero e proprio paesaggio, facendo dimenticare le forme perdute del giardino all'italiana delle origini, che non avrebbero avuto più alcun senso di esistere. Prendo in prestito alcune parole da Marella Agnelli, capace di trasmettere la magia di Ninfa non solo attraverso le immagini: 
"Ricordo il fruscio leggero delle foglie sull'acqua, i profumi intensi della sera, la trasparenza del tramonto sui meli ancora in fiore, gli iris acquatici e soprattutto sulle prime rose quando, improvvisamente, nella tranquillità di quel crepuscolo, sono stata afferrata da ciò che l'amico Lauro definisce lo spirito di Ninfa, lo spirito del giardino.
Facilmente mi smarrisco in questo verde abbacinante, dall'insolita brillantezza, anche nelle ore in cui il sole è più alto nel cielo. Tutti i colori, dal più tenero di primavera inoltrata al più cupo di quegli esemplari che non dismettono mai la chioma, sono saturi e talmente intensi che pare siano la vera fonte di ogni fragranza che travolge l'olfatto. Forse dipende dall'abbondanza di acqua, oppure dalla ricchezza del terreno un tempo paludoso, o dalla luce a queste latitudini, non so, ma di certo le varie tonalità, specialmente di verde, hanno dell'incredibile. Provo quasi imbarazzo ad aggirarmi con la macchina fotografica, certamente prezioso alleato per immortalare alcune vedute, ma che non rende affatto giustizia a questo splendore. Colori ad olio, oppure forse una matita, sarebbero strumenti più appropriati per rappresentare questa bellezza, perché ti costringerebbero a contemplare la ricchezza di ogni dettaglio ed il modularsi quasi impalpabile dei chiaroscuri. 

Tuttavia sono convinta che il cuore pulsante di Ninfa custodisca in se un linguaggio arcano ed ancestrale in grado di ammaliare il lato idilliaco remoto anche dello spirito più distratto: rose, acqua (in tutte le sue forme), rovine. Tre elementi cardine che conferiscono unitarietà al giardino e che mi accompagnano dal primo all'ultimo istante trascorso fra le sue mura. Questo potrebbe bastare a stupire. Tutto ciò che via via anima la passeggiata non fa altro che amplificare questo stupore: alberi monumentali, colline con meli, valle di betulle, canneti nel ruscello, iris, collezione di magnolie, viale di cipressi, collezione di camelie e di paeonie, bosco di bambù, agrumeto... Due numeri potrebbero aiutare a farsi una idea della varietà strabiliante: 1300 specie per 8 ettari. Mi ritrovo all'uscita ed ho la sensazione di non essermi perduta a sufficienza e di non aver annusato l'essenza di ogni rosa. Il desiderio di farvi ritorno si fa insistente. Chi viene con me? 



Mi hanno aiutata:
Marella Caracciolo e Giuppi Pietromarchi "Il giardino di Ninfa", Allemandi & C. editore, Torino, 1995

Il giardino dei progetti

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