Il segreto di Sambughetto!


Era un mattino di fine giugno. Il cielo bianchiccio rifletteva pigramente la sua sonnolenza nelle acque quiete del Cusio.
Nonostante il temporale notturno l'aria si presentava già carica di umidità ed Orazio avvertiva la camicia incollarsi fastidiosamente al petto e alla schiena; si asciugava costantemente la fronte luccicante col fazzoletto che portava sempre con se arrotolato nella tasca destra dei suoi pantaloni di fustagno.
La madre glie lo faceva trovare fresco di stiro tutte le mattine, sul comodino a fianco della bottiglia di minerale.
Orazio era un ragazzone di 38 anni, non troppo alto, tarchiatello e con una folta capigliatura corvina, due occhi piccoli, piccoli e le mani tozze ma ben curate.
Viveva nella vecchia casa ereditata dai nonni paterni con l'anziana madre sulle alture poco oltre Gozzano in provincia di Novara.
Originariamente nata come cascina fienile ai primi del 900 fu in seguito ristrutturata e destinata ad abitazione.
L'antico tetto d'ardesia ricopriva la sommità dell'edificio, ai lati piccole finestrelle color porpora con le persiane spesso socchiuse; le pareti leggermente scrostate frutto dei segni del tempo.
A piano terra erano stati ricavati una piccola cucina ed un soggiorno, al piano superiore due minuscole camere ed un bagno.
La prima stanza era occupata dalla madre di Orazio, la seconda destinata ad una sorta di ripostiglio per vecchie cianfrusaglie ormai disuso
Orazio si era ritagliato il suo spazio (nonostante di dimensioni ben più ridotte) in un angusto sottotetto; una striminzita ed umile mansarda.
Il locale era fiocamente illuminato da una gracile finestrella a soffitto ritagliata sul lato destro. Allungando con scarso agio il collo dal lucernario, nelle giornate terse si potevano scorgere la catena del Monte Rosa ed alcune cime ossolane, le creste della Valle Antrona e della Val Bognanco, la Valle Strona (quest' ultima da lui più amata per l'arcana fascinosità) ed una piccola fettuccia di lago; un minuscolo triangolino. San Giulio era troppo in la si faticava ad individuarlo, si intuiva appena.
Da questo piccolo sbocco nel cielo poteva inoltre osservare i fronti in arrivo da ovest;
l'incupirsi del cielo preludio a refrigeranti temporali nella stagione estiva o a perturbazioni ben più organizzate durante il semestre freddo.
Erano forse questi i motivi per cui Orazio amava rifugiarsi quassù? Lui solitario osservatore, scrutatore silente, al sicuro eclissato nella sua invisibile bolla disperdeva il suo tempo.
La striminzita stanza conteneva tutto ciò di cui aveva bisogno.
Un tavolo (un po scalcinato a dir la verità), una vetusta sedia di paglia, un letto, un armadio appartenuto ai nonni, una libreria con i volumi a lui più cari, una vecchia TV quasi sempre spenta, un giradischi ed un mobile ad angolo ricolmo di vinili (diligentemente riposti  in ordine alfabetico)
Orazio amava la musica. Dopo pranzo era solito coricarsi sul malandato letto per poi farsi cullare dal fruscio della puntina e dallo scorrere circolare delle note.
Oggi riecheggiava Bindi, ed il suo pianoforte; quell'angolo di edificio veniva così investito da occhiate di sinuosa malinconia, una sensazione che Orazio amava pur non comprendendone a fondo il motivo; lo faceva stare bene.
Ogni gesto assumeva toni eleganti e leggiadri, quelle note periferiche e solitarie punzecchiavano lievemente il suo cuore riversando nell'aria circostante gocce di gioia e nostalgia. Lo scuotevano, come vento fra gli alberi d'aprile. Era solo, ma in quegli istanti era felice per davvero.
Intima e discreta beatitudine, come le cose di tanti anni fa, cose perdute, andate, sfumate nella ruggine del tempo.
Il gatto zompò improvvisamente sul letto facendo trasalire Orazio, smarrito nel suo onirico divagare. Logan, un gattone di 4 anni a cui era affezionatissimo. Il pelo raso, nero, lucido, due fanali al posto degli occhi; enigmatico e sfuggente come un autentico felino.
Osservò il padrone con piglio interrogativo, un'accenno di miagolio e via, si eclissò giù per la buia scala perduto nel mistero felpato dei suoi passi.



Intorno all'abitazione era allestito un piccolo orticello nel quale Orazio spesso trascorreva gli interminabili pomeriggi estivi.
Scrutava i minuscoli insetti che laboriosamente vagavano tra il verde delle radure fiorite; libellule, farfalle, api e vespe. Passava in rassegna tutte le sue coltivazioni e con scadenza svizzera innaffiava con amorevole cura i pomodori, il basilico, la catalogna, la scarola, la lattuga gli spinaci l'erba cipollina, le carote, le cipolle e quel piccolo angolino non ancora sbocciato di lavanda.
Le pietre ai lati del semenzaio erano infuocate, il sole di giugno al suo zenit arroventava le rocce e nell' immobilità pomeridiana estiva il tempo appariva sospeso; come la polvere tra fasci di luce ed ombra osservata dalla fresca oscurità del tinello, al riparo dal caldo;
ore immobili pur nella loro inesorabile mutevolezza.
Ricordava così i giorni d'infanzia al mare.
La costa ora gli bastava sapere che esistesse, oltre il susseguirsi di infiniti crinali di colline.
Quei dossi che apparivano già come annunciatrici di onde.
Il suo sentore salino non giungeva fin lassù, nell' estremo nordovest italico, ma Orazio sapeva!
Gli bastava uno spiraglio, un accenno a quell'immensità, un simbolo od un segnale.
Sotto di lui la Pianura Padana poi il Monferrato, le Langhe, Genova ed oltre ancora la distesa sconfinata sfavillante di acqua e sale.
Orazio amava sprofondare pigramente nell'ozio del meriggio; esaminava il ciclo stagionale, la differente angolazione del sole e della luce, il respiro delle piante, annusava l' odore di terra e di vento nelle mattine irruente di foehn, l' odore della pioggia posata su fili d'erba, contemplava la forma delle nubi; lenticolari o cirri, nembostrati o cumuli; alcune assumevano toni di bizzarri animali. Si divertiva ad inventarne nomi.
Da buon piemontese era abile a restare in silenzio per ore; il suo mondo si espandeva e finiva entro i confini della sua testa.
Possedeva la fama di sognatore fra i compaesani e le sue rare apparizioni fra i viottoli del borgo erano perlopiù motivo di piccole commissioni per conto dell'anziana madre.
Dietro l'ufficio postale tempo addietro abitava Aldo, amico d'infanzia, ora trasferito a Chieri; Orazio passava saltuariamente a trovare il padre rimasto ormai solo. Il figlio aveva trovato un impiego importante ed in seguito messo su famiglia.
Insieme, negli anni dell'infanzia, avevano vagabondato per prati, sentieri e paesi attorno al Lago d'Orta.
Erano soliti aggirarsi nelle zone più impervie, alla ricerca di angoli remoti, scorci reconditi di paesaggio, antiche mulattiere, boschi di faggi, pinete, primordiali alpeggi e bricchi selvaggi.
Il nascosto, il dimenticato, l' isolato, il “fuori mano”, ecco dove rovistava Orazio; anche ora che era rimasto “solo”, l'infatuazione per quelle cose era sempre ben presente e “viva”, come un indecifrabile desiderio di colmare quell'ignota fessura di curiosità presente in lui.
Decise così, nell' afa appiccicosa delle ore pomeridiane di mettersi in marcia, a bordo della sua vecchia Panda color amaranto, in direzione della Valle Strona, poco distante da lui.
Si narrava fra i vecchi del luogo che oltre il paese di Sambughetto*, esistesse una diramazione stradale (poco visibile, nascosta fra mucchi di rami e foglie, poco prima del minuscolo centro abitato) la cui reale destinazione era permeata da leggende dai toni opachi e non del tutto chiari...
Chi parlava di una banale stradina a vicolo cieco realizzata in tempo di guerra e da anni in disuso, chi sosteneva che alcuni cacciatori non vi fecero più ritorno dopo aver intrapreso il cammino, altri raccontavano di un paese abbandonato da millenni, certuni goliardicamente tiravano in ballo stregonerie ed antiche leggende di cui la vallata era ricca; faccende di cui Orazio, nonostante ne fosse affascinato, se ne infischiava bellamente.
Imboccò la statale in direzione di Omegna; Superò San Maurizio d'Opaglio, Pella, Nonio ed Omegna. Oltrepassò il centro del paese si scansò verso sinistra, valicò un ponte, sorpassò un piccolo passaggio a livello, dopo aver atteso il treno proveniente da Novara, quindi iniziò l'ascesa in direzione della vallata.
Il cielo verso nord iniziava ad imbronciarsi, occhiate di sole nascoste dietro a grossi e minacciosi cumulonembi neri non promettevano nulla di buono, sembrava di udire già qualche scoppio di tuono proveniente dall'alta valle unito al gracchiare sinistro di una poiana.
Balenò per alcuni secondi nella testa di Orazio la tentazione di far ritorno verso casa, ma il sentimento che animava la sua impresa era troppo impetuoso.
Ingranò la seconda, la salita richiedeva maggior sforzo, e proseguì.
Le vette di cresta apparivano in forma di antiche statue, deformi, nefaste quasi presagio di sventura.
Le nubi calavano di quota infilzandosi sulle cime ed espandendosi in altre ed altre ancora nuvolette di minor diametro (il sole come burla giocava a nascondino nella foschia).
L' aria si faceva più fresca e dal finestrino, appena socchiuso, entrava una flebile brezza odorosa di felci e di foglie calpestate ed umide; un' indizio di autunno ancora lontano.
Tornanti e minuscoli rettilinei si susseguivano annunciando il paese di Valstrona oltre il quale Orazio avrebbe proseguito.
Volti sfuggevoli, anziani indaffarati con i loro orti in salita e baccano da segheria; un piccolo box adibito a bazar di pinocchi in legno, “cazzuj” (cucchiai) e poco altro.
Cime sempre più spioventi ed imponenti come guglie; piccole tracce di neve comparivano sui lati esposti più a nord, aldilà la Valsesia il valico di Rimella, storie antiche di morti, lontano i pizzi selvaggi delle nevi eterne. Roba da gente con la pelle coriacea.
Il cielo sempre più nero, quasi blu.
Orazio era ormai nei pressi di Fornero, desistere ora sarebbe stato un atto di vigliaccheria imperdonabile!
Qualche ripido tornante e si trovò a Sambughetto, lo Strona scorreva rumoroso alla sua destra, decelerò vistosamente la sua autovettura e si mise a indagare non senza un brivido d'ansia sulla deviazione incriminata.
Con precoce delusione i racconti parvero solo frutto di racconti fantasiosi da parte di sfaccendati e vecchi ubriaconi di paese, ma Orazio non si diede certo per vinto.
Accostò l' auto accanto ad una fontanella, aprì lo sportello, scese, si asciugo il sudore e girò attorno al veicolo con circospezione.
Fece alcuni passi sull'asfalto in leggera pendenza, guardandosi attorno. Faceva quasi freddo ed alcune gocce di pioggia solcavano il suo viso impastandole con il sudore; il temporale era sempre più vicino. Ad un tratto scorse, poco prima del tornante, un filo di luce proveniente da un grosso cumulo di rami, foglie ed alcuni detriti.
Oltre quell'ammasso si annunciava una strada, un ingresso; era probabilmente quello che cercava Orazio, la strada nel nulla, dimenticata, una via polverosa e sepolta dal tempo.
Con l' aiuto di un asse di legno abbandonata sul ciglio accantonò agli angoli ciò che ostruiva l' ingresso, la posò e tornò nuovamente a bordo.
Girò la chiave, il motore borbottò e dopo alcuni tentennamenti dovuti all' età il trabiccolo si mise in moto; una lieve retromarcia e subito si tuffò su quel catrame dissestato dal tempo.
Sobbalzi e scricchiolii di ogni genere accompagnarono i primi minuti di corsa, Orazio era euforico come un bimbo. Un mistero quasi svelato solleticava la sua fantasia, non aveva più timori, pigiava l' acceleratore con movimenti scaltri, voleva arrivare in fondo, alla fine di quel segreto, voleva sapere!
La lunga strada si apriva fra boschi inospitali e scoscesi (una volpe attraversò di corsa la carreggiata), il paese dietro a lui appariva sempre più remoto, rallentò quasi a fermarsi. Nessun rumore si udiva più; nemmeno il lontano torrente. Unicamente il cigolio della vecchia auto e lo scorrere delle gomme sull' asfalto accompagnavano il suo viaggio.
Proseguì. La salita si faceva sempre più ripida e la via tendeva a ristringersi.
Il motore mostrava segni di affaticamento ma Orazio non mollava! Pigiava sul gas con grande ardore!
Le cime ai suoi lati parlavano una lingua ancor più sinistra, avevano sguardi ostili e minacciosi.
Non più alberi ora, ma unicamente roccia, massi e rupi dalle forme nemiche.
Roccia scarna e tagliente, la strada sempre più attillata come un imbuto.
Orazio sudava, soffriva di vertigini, ed intorno a lui i monti parevano diradarsi, lasciando la via come una sorta di trampolino proiettato nel nulla, verso il cielo infinito in uno spazio sempre più minaccioso (ora i tuoni si erano fatti davvero violenti,  e facevano rimbombare tutto l' abitacolo).
Orazio era solo, il terrore aveva preso sopravvento sulla gioia e lo stupore, si sentiva perso; un crampo attanagliò il suo stomaco costringendolo in una smorfia di dolore.
I suoi indumenti erano ormai fradici di spavento.
Avrebbe voluto urlare, forse piangere, come in un lungometraggio si susseguivano davanti a lui diapositive di momenti di vita vissuta.
Sua madre, il suo lago, Melissa quel sentimento per sempre taciuto, Aldo, Logan, l' effluvio della pioggia nell'orto, la sua vecchia scuola a Borgomanero ed altre sbiadite memorie...
Il vento scuoteva il suo misero catorcio e l'acqua annebbiava la vista, la strada proseguiva nella sua folle ascesa verso il cielo.
Orazio ora piangeva davvero, ma non poteva far altro che continuare; si domandò urlando se tutto ciò fosse un incubo, un orribile tormento.
Le sue lacrime salate fra le labbra non davano scampo alla visione della cruda realtà.
Imperversava il fortunale, nefasto, sinistro e con inaudita violenza.
Sotto di lui ormai il nulla.
Orazio era al di là delle lugubri cime, oltre le nubi. Tutto era lontano, remoto, sperduto, smarrito.
La strada striminzita e arzigogolata conteneva appena le quattro ruote, una manovra falsa e sarebbe stata la fine.
Sotto di lui un burrone eterno, una galassia buia e muta.
La strada terminò improvvisamente, Orazio arrestò la carcassa di lamiera con un brusco gesto ed il motore morì con un muggito di disperazione.
Il niente tutt'attorno, un terribile ed angoscioso vuoto.
La tempesta cessò; tutto era nebbia e desolazione, un enorme senso di desolazione.
Restò immobile per alcuni minuti, Orazio soffriva nel suo affanno, la testa gli scoppiava, i muscoli dolevano per la tensione.
Aprì lo sportello dell' auto, sotto di lui cielo ed altro cielo infinito. Cielo e nulla.
Il vento fischiava tra gli spifferi arrugginiti della lamiera; aleggiava odore di plastica bruciata e benzina.
Un sentimento disperato lo colse, improvvisamente volle fuggire, scappare, scivolare, svanire. Non essere mai stato lì.
Come un sogno, un brutto scherzo; ma il tempo scorreva e si fece notte.
E lui era sempre li.
Si fece di nuovo mattina e poi ancora notte.
Il tempo fuggiva, scorreva inutilmente. Nessun segreto, unicamente desolazione.
Ore e settimane e lui lassù.
Di giorno il sole bruciava la pelle nell' aria tersa, era forse il paradiso quello? Orazio l'aveva sempre  immaginato come un luogo puro e buono, ma perché allora soffrire così brutalmente?
Perché quell'assordante silenzio interrotto soltanto dal suo ansimare?
Aveva fame, le forze svanivano, sentiva freddo la notte e tremava sciolto nei brividi.
Sognò di essere nel suo letto e sua madre lo svegliava per la colazione, tutto era quieto e sicuro.
Riflessione tristemente illusoria, Orazio era sempre li, in bilico, ondeggiante sullo spartiacque della vita, poco più in la un crepuscolo eterno, una tenebra gelida, sconosciuta e solitaria.
Un falco si poso sul cofano facendo traballare l' autovettura, osservò Orazio e fuggi via in un garrito.
Attorno a lui continuava il niente, il nulla muto più doloroso.
Avrebbe voluto ritornare, ma come? Non poteva muoversi da quella prigione di terra.
Un claustrofobico perimetro delimitava l'ampiezza della sua vita. Nessun movimento gli era consentito, anche il solo respirare rappresentava un azzardo.
Avvertì la fine, aveva raggiunto il suo traguardo, un inutile conclusione.
Le forze lo abbandonarono.
Non sentì più nulla dentro lui, come un involucro vuoto, concavo.
Non piangeva più, aveva esaurito le lacrime, non parlava, non gemeva più.
Restò accantucciato fra i due sedili come un bimbo, coperto a mezzo busto da uno sgualcito pullover blu.
Orazio ora non aspettava più.
La sua vittoria, la sua fine.
Sognò un arcobaleno ed un cielo azzurro; L' azzurro di certi mattini d' estate, limpidi e puri, dove niente di tristo pare possa accadere, dove il dolore è solo una bugia, dove tutto è bello e pulito.
“c'eran le stelline che brillano di notte”...“c'eran le stelline che brillano di notte”...“c'eran le stelline che brillano di notte”...una ninna nanna risuonava...
Orazio volò via. Solo, come riservata e silenziosa trascorse la sua esistenza.
Nessun rumore; un umile alito di vento del nord e poi il nulla.
Lassù un mucchio di lamiere, polvere e corvi; compagni di quelle vette aspre ed opprimenti.






* L'abitato di Sambughetto è situato in una posizione arroccata sul pendio meridionale della Valle Strona, a Sambughetto si trovano alcune delle più interessanti grotte della Valle Strona, in particolare la Caverna delle Streghe, qui e nella soprastante Grotta dell'Intaglio sono stati ritrovati ricchissimi reperti paleontologici. 

** ”Il Segreto Di Sambughetto” è nato dentro la mia testa e li finisce. E' un concentrato di pura invenzione e fantasia.


Filippo Spadoni.

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