Alla Soliva, scalzi come un tempo...

Di nuovo in Val Grande, o “valgranda", per chi è abituato ad inoltrarsi con regolarità fra i suoi boschi e spettrali silenzi; tracce di un indimenticabile passato, incastonato all'ombra dei frassini, in questo angolo remoto di Lepontine.
Dove il legno, le pietre, le foglie marce e le fessure nei muri contornate dal sospiro costante del vento che fuoriesce da esse sprigionano scampoli di passato; affresco di un tempo andato, sporadicamente idilliaco, sovente macchiato di sangue.
Prendendo spunto da una delle opere più riuscite dello scrittore verbanese Nino Chiovini (“A piedi nudi" 1988 Ed. Vangelista) tenterò di ripercorrere, ed offrire, uno spaccato autentico di “vita” relativo ad un mondo ormai “trascorso”, estinto, per alcuni ignoto.
Le giornate trascorrevano a piedi scalzi, su e giù fra le rupi ed i pendii, con il gelo e con il sole, con la pioggia o con la neve, assediati dalla muta asprezza delle vallate (teatro sono la Val Pogallo, Val Pobbiè, Val Marona, Vallintrasca), immersi in un'esistenza fatta di stenti, assai rare gioie ed ancor meno svaghi; un mondo dei vinti, rifacendomi al titolo di una splendida opera del piemontese Nuto Revelli, che ben delineava nei suoi coriacei racconti la realtà dei contadini e dei montanari di un tempo sperduti nelle valli cuneesi.
Un ambiente nel quale, nonostante tutto, erano identificabili e “palpabili” i veri obiettivi, il senso della vita ed il suo fine; la sopravvivenza e quello della persistenza della propria stirpe; la percezione più autentica dell'esistenza, sostenuta dalla memoria.
Suggerisco nuovamente di non trascurare le radici della cultura rurale ed alpina delle nostre valli.
Rileggiamo questi scatti della memoria, lasciamoli sedimentare senza fretta, con la speranza di comprendere più a fondo il presente.
Cose semplici tuttavia; “Alegher!”


...Al mattino presto Fermìn, ormai sedicenne, partiva in direzione di Pogallo a lavorare da boscaiolo (era l'ultima stagione, poi la ditta Sutter avrebbe chiuso i battenti), mentre la madre e Giacomo andavano con gerlo e mèula (la falce messoria) a raccogliere il fieno di rupe per le due mucche, tornandosene a circa metà giornata. Non possedevano orologio e si regolavano naturalmente. Era l'ora del pasto quando il sole si trovava sopra la testa (o si presumeva che lo fosse, quando era nascosto dalle nubi) senza attendere il suono delle campane di mezzogiorno di Cicogna che, se il vento non era favorevole, non giungeva sino alla Soliva.
Oltre che il fieno di rupe, nei pascoli in cui cresceva rigoglioso e folto con la ranza (la falce fienaia) veniva falciato il sedùn, un'erba setosa, dura e pungente, che si sottraeva al taglio piegandosi sotto il filo della falce, se non era più che zuppa di rugiada. Ma, si diceva, faceva fare molto latte alle mucche.
Anche ad Antonio era stato affidato un compito: era quello di percuotere periodicamente una latta con un bastone per tenere lontana la volpe che insidiava le galline, durante l'assenza della madre e del fratello Giacomo. A metà pomeriggio, dopo aver munto le mucche, Sofia chiamava le capre, circa una trentina, per mungere anche quelle. Poi, al ritorno di Fermìn dal lavoro, veniva consumato il secondo pasto, di norma costituito dai resti del primo: minestra di riso e verdura di prato, polenta e latte scremato, oppure polenta o patate con mascarpa .
Durante il periodo delle giornate lunghe, Sofia impiegava lo spazio di tempo che mancava al crepuscolo, prima e dopo il pasto serale, e buona parte delle giornate di cattivo tempo, a filare la lana delle sue pecore tosate a fine primavera, armeggiando pazientemente con la ruca (il fuso di legno). Con la lana filata, avvolta in gomitoli, durante i ritagli di tempo in cui aveva le mani libere agucchiava freneticamente per confezionare maglie e calze per se e per i figli. L'operazione conclusiva, che richiedeva reiterate immersioni in acqua tiepida, sapone e cenere, era quella del lavaggio dei capi prodotti, per rimuovere sporcizia e lanolina.
Con il sopraggiungere della notte, tutti passavano nel fienile soprastante una stalla vuota dove, sul fieno, erano stesi i sacconi riempiti di foglie secche di faggio. Quelli erano i letti della Soliva.


Al mattino seguente, con la prima luce, dopo la mungitura di mucche e capre, era d'uso consumare una prima colazione fredda: una scodella di latte appena munto con una fetta di polenta.
Ogni quattro giorni la donna confezionava il formaggio con il latte di capra. Per misurare la temperatura occorrente al caglio, la Sofia immergeva il dorso della mano nel latte che si stava scaldando nella caldaia sul focolare acceso. Venivano prodotti sia mascarpa, sia śprèś , un formaggio magro confezionato in forme di piccola dimensione. Per rassodare la crosta si usava cospargerla di cenere.
Il burro veniva confezionato al venerdì nella penagia (la zàngola) con la panna accumulata mediante la scrematura del latte di ogni mungitura della settimana e conservata al fresco nella cànua (cantinetta). Prima di cominciare quell'operazione, Sofia, introdotta la panna nella zàngola e sistemato lo stantuffo forato, con il coperchio che teneva nella mano destra tracciava un segno di croce sopra la bocca della zàngola, poi la richiudeva e poneva mano all'asta dello stantuffo.
Con quel segno di croce intendeva propiziare indipendentemente dagli elementi in causa (temperatura esterna, quantità della panna, sua consistenza) la rapida separazione della panna dal siero e la sua trasformazione in burro
Una formella in legno di noce, sul cui coperchio era stato maldestramente intagliato un fiore - che nelle intenzioni di Stèvan, il quale l'aveva costruita durante il primo anno di matrimonio, doveva essere una stella alpina - permetteva di ricavare un pane di burro a pianta approssimativamente ellittica.
Il giorno seguente Sofia, traversata la Colma, scendeva fino a Miazzina con il gerlo spallato contenente la merce da vendere. Venduti ai villeggianti il burro, alcune uova, lo śprèś, talvolta la mascarpa confezionata di fresco, con il ricavato acquistava nel negozio del Panighini (quello del Lögh Dént), entro i limiti della disponibilità del denaro appena rimediato, alcuni chili di farina gialla e di riso, strutto, caffè di cicoria, poco pane e poco zucchero. Pasta mai, perché costava troppo.
La donna faceva ritorno verso sera, con soddisfazione dei figli, in tempo per aiutarli a terminare di mungere mucche e capre.
Quando giungeva la stagione dei funghi, al venerdì sera Sofia e i figli si sguinzagliavano per il faggeto posto dietro il corte della Soliva superiore, in cui i bianchìtt (i porcini) abbondavano. In poco tempo il raccolto era cospicuo e, venduto ai villeggianti di Miazzina, serviva ad arrotondare le entrate.
Di norma gli abitanti della montagna non consumavano funghi; erano roba da sciuri (cose da ricchi): non possedevano alcun valore nutritivo, se non a causa del prezioso grasso, sempre usato con parsimonia, che richiedeva la loro cottura. Parte dei funghi freschi venivano fatti essiccare,e anch'essi venivano riservati alla vendita.
Quelli in eccedenza erano preda di mucche e capre, che ne erano ghiotte; un venerdì sera alla Soliva, un cestone di porcini custodito nel fienile il cui ingresso era stato dimenticato aperto, servì da pasto, anziché ai villeggianti di Miazzina, a una capra che vi si era introdotta.


Filippo Spadoni

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