L'inferno bianco

1951, l'inferno bianco.
Nel solo mese di febbraio, su tutto il versante alpino, si registrano 15 giorni di precipitazioni nevose su 29 di cui era composto il mese.
Le valanghe di cui si ha notizia furono oltre 500.
La montagna chiese oltre 250 morti quel febbraio maledetto.
Le Alpi Lepontine non vennero risparmiate, ed anche in questo angolo di mondo il tributo richiesto fu elevatissimo.
11 febbraio 1951.
Intorno alle dieci di sera si stacca dal Tamierhorn un enorme ammasso di neve che si abbatte su Canza, in Ossola.
Succede tutto in pochi minuti.
Pochi istanti in cui non è possibile rendersi conto del dramma che stai per affrontare!
Sei sepolto dalla neve. 
La testa sembra possa scoppiare ed il corpo che sia sul punto di esplodere.
Quasi sempre non c'è nulla da fare.
La morte ti aspetta silenziosa.
Cerchi di muovere il collo, la testa, il tutto per cercare un sospiro d'aria che possa penetrare nei polmoni. 
Devi trovare aria per sopravvivere! non puoi lasciarti andare, devi resistere.
La resistenza umana sotto la coltre nevosa varia dai 15 ai 30 minuti, a seconda della densità della neve. Più è densa e meno probabilità ci sono di sopravvivere.
Nelle frazioni vicine non si accorsero di nulla, era notte, nevicava e faceva freddo! Le persone erano in casa a dormire.
Anche l'alba arrivò. Ma con essa nessuna notizia dell'accaduto! Solo nel primo pomeriggio del 12 febbraio il dramma percorse tutta la Valle di Formazza, portando le persone a dirigersi il più velocemente possibile verso la frazione di Ponte, luogo colpito dalla valanga.
Scattò la solidarietà umana. 
Tutti cercarono di rendersi utili, chi con le mani chi con gli attrezzi.
La disgrazia apparve in tutta la sua grandezza!
Cinque case distrutte dalla valanga.
Due stalle con il bestiame sepolte dalla neve.
Si deve provare! qualcuno magari è sopravvissuto! 
Lo sanno tutti che è difficile, ma la speranza non può morire.
Si scava, si cercano superstiti.
Si trovano cadaveri.
Una madre stringeva a se i propri figli di nove ed undici anni! 
Subito si capì che non vi era nulla da fare ... erano morti.
La madre in un ultimo disperato tentativo di portare calore li abbracciò a se, li volle vicini. 
Se la morte deve arrivare che arrivi, ma nessuno strapperà i miei figli!  
Sono genitore e quel gesto, da sempre, l'ho letto così!
Il recupero delle vittime fu doloroso.
Straziante. 
Non è facile vedere bambini morti. Non è giusto. Non ti abituerai mai. 
La natura può essere tremendamente sbagliata.
In quei momenti concitati le riflessioni duravano il tempo di un soffio di vento.
Vi erano ancora dei corpi sepolti sotto la neve.
Son passate oltre venti ore.
Le speranze di trovare qualcuno ancora vivo sono sparite.
La forza in questi momenti è data dall'entusiasmo del ritrovamento di persone ancora in vita.
L'estrarre cadaveri tende a smobilitare la forza d'animo, e con essa la volontà di andare oltre il proprio corpo.
All'improvviso un piccolo rumore.
Forse un vagito.
Si saranno guardati in faccia, si saranno chiesti cosa fosse.
O forse hanno solo scavato con tutto quello di cui ancora disponevano, nel corpo e nella mente.
Dalla neve spunta una donna, al suo fianco una culla.
La madre è morta. La bimba ha solo otto mesi!
La bimba è viva!
Si chiamava Iside Scilligo e sopravvisse venti ore sotto la neve.
La notizia si propaga alla velocità di una palla di cannone.
Forse vi sono speranze anche per gli altri!
Purtroppo le speranze si spensero con il tramonto.
La valanga dell'undici febbraio 1951 causò la perdita di sei vite a Canza, nella frazione di Ponte.
16 febbraio 1951
E' il giorno dei funerali.
Tutto il paese partecipa.
La situazione meteorologica non è migliorata.
Si vive tra una nevicata ed una valanga.
Le salme, issate su slitte, vengono portate da Ponte nella frazione di Chiesa.
Qualche minuto prima della celebrazione dei funerali una valanga, ancora staccatasi dal Tamierhorn, passò a pochi metri dal corteo funebre.
Il parroco si limitò alle esequie. Non celebrò la messa.
Con la morte negli occhi ed il dolore nel cuore tutti si ritirarono nelle case in attesa di una primavera di speranza.


In memoria di tutte le vittime dell'inferno del 1951.


Fabio Casalini.

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