martedì 13 maggio 2014

Salvatemi! Lo chiedo in nome di Dio!

Sono Parroco sulle alture del Lago Maggiore.
Lo sono anche in quest'estate senza tempo e senza refrigerio.
Il sole brucia i pascoli e le menti delle persone.
Ho visto pastori correre la notte per riparare le magre bestie nelle stalle. 
Ho visto contadini fissare incogniti l’orizzonte nell'attesa di una nuvola, una sola nuvola che porti con se l’acqua.
Solo una goccia d'acqua.
In questi giorni tormentati dalla luce del sole inizia la mia storia.
Vi racconto tutto dall’inizio, così potrete ricostruire la vicenda.
Come dicevo sono Parroco, lo sono ad Oggebbio, piccolo borgo tra il lago maggiore e le montagne. Il lago è bello! Risplende dalla luce dell’alba sino al chiarore delle stelle! Le montagne sono dure, ed, in questa bastarda estate, macerate dal caldo. Il mio gregge è inquieto. Non conosce il modo di risolvere il problema del caldo che tutto uccide, tutto brucia.
In questi giorni tormentati la mia gente trova una soluzione, purtroppo la peggiore! 
Hanno pensato ad un pellegrinaggio allo Zeda, praticando il digiuno e con i piedi scalzi.
Ma siamo ammattiti? Il mio gregge ha perso la testa! Se va bene sono sei ore di cammino sotto il sole e senza scarpe!
Rifiuto, provo a farli ragionare. Loro insistono, non demordono, vogliono che sia io a precedere il corteo. 
La mia risposta? 
Io? Ma signori miei, amici, amiche, passo il quintale e non di poco! Volete vedermi morire sul ripido sentiero per lo Zeda?
Nulla da fare, sono testardi. Mi dicono che senza il prete non è un pellegrinaggio! Alla fine ci riescono, mi convincono. Partiamo molto presto su quel contorto sentiero che da Oggebbio porta allo Spalavera e poi su sino alla cima dello Zeda.
Passiamo anche per il "pian dei morti", ma nessuno ci fa caso, sono troppo concentrati sull'ascesa e su quella strana richiesta da fare a Dio:
"Signore, noi ci portiamo in cima alla montagna, senza scarpe e senza mangiare, ma tu devi fare piovere"
Loro non sanno che con il Signore non funziona così. Non puoi dare qualcosa per riceverne in cambio. Comunque ci siamo. La cima è lì, a portata di mano. Il caldo non ci permette di respirare. Il sole ci brucia i pensieri.
In vetta impartisco la benedizione, celebro la messa. 
Durante la predica mi spingo a dire che Dio invia i castighi per far rigare dritto la gente! Guardo negli occhi le persone salite con me. Vedo tristezza, stanchezza e riflessione, capisco che è il momento di attaccare:
“se Dio ha inviato questo castigo su Oggebbio è perché ce lo siamo meritato! Voi che siete qui saliti, lo dico a voi, pentitevi per i peccati che avete commesso! Quali direte voi….. eh quali…. non siete forse voi che organizzate balli scandalosi anche durante lo svolgimento della messa? Ora pensate di chiedere perdono con un pellegrinaggio? Sapete cosa succederà? Che il signore non manderà pioggia ma una terribile grandinata!”
Sono stato duro. Ma la salita, il sole, la fame ed il caldo mi hanno stroncato, mi hanno indebolito il cuore.
Finita la predica, il gregge mormora, si ribella, cercano l’un l’altro forza di venirmi contro.
Ma…non la trovano, ancora.
Iniziamo la discesa. 
Giungendo a Manegra qualcuno vede in lontananza una nube nera, scura, tanto scura da promettere acqua.
Per tutta la discesa fissiamo la nuvola, che si ingrossa, si annerisce e diviene via via più minacciosa.
Giungiamo nello spiazzo della Parrocchiale che le nuvole sono sopra di noi.
Piove. Finalmente piove!
Ora piove troppo. Le piccole gocce d’acqua, tanto attese, ora si trasformano in grandine. Non grandine qualsiasi, no! I chicchi sono grandi come noci! In pochi minuti lo spiazzo della parrocchiale, e le vie che da esso dipartono, sono bianchi, coperti da un candido manto.
Grandina ininterrottamente. 
All’improvviso il silenzio. Tutt’attorno la chiesa il silenzio. Lunghi minuti di nulla. 
Poi una parola, una singola parola che mi ferisce: 
“stregone!”
Una donna che era salita allo Zeda mi ingiuria! 
Altri, molti altri la seguono! La parola che passa di bocca in bocca è sempre la stessa:
Stregone! Il prete è uno stregone!
Mi riparo all’interno della chiesa nella speranza che la calma torni in paese. Mi devo pentire per aver detto quelle parole in vetta? Non è colpa mia se è successo il finimondo! Volevo solo spaventarli, riportarli sulla retta via....
Lascio passare i giorni nella speranza che la gente, la mia gente si dimentichi della mia predica in vetta alla montagna.
Purtroppo l’odio non ha tempo e cerca sempre una strada per la vendetta.
Alcuni giovani del paese cercano il modo di farmela pagare.  
Ma non subito, non ora, non è tempo. 
Si attende il carnevale.
Arriva il giorno del carnevale, purtroppo arriva sempre.
Uno dei giovani si traveste, si nasconde dietro la figura di un satiro. Ma la maschera ha qualcosa sulle spalle! da lontano non capisco, non vedo bene ... ecco ora che si avvicina ho capito, è una brenta! 
Ma... ha qualcosa in mano....non capisco...ecco sono soldi....
L’uomo doveva trovare un modo per farmela pagare, ed allora quale migliore strumento che il denaro? Il satiro così vestito tiene nella mano destra cinque monete d’oro.
Mi chiesi sin dall’inizo quale fosse lo scopo delle monete senza sapere che da li a poco lo avrei capito sulla mia pelle.
Il giovane arriva nello spiazzo della Parrocchiale ed inizia urlare al pubblico convenuto:
 “ i cinque denari d’oro saranno di colui, o colei, che nel pomeriggio sarà in grado di prenderli con i denti dal fondo della brenta!”
Il ritrovo per il “gioco della brenta” è al piccolo porto del paese.
Molte persone ci provano, tra urla e risate.
Nessuno ci riesce.
Ad un tratto una voce:
 “che ci provi il parroco, che ci provi Don Domenico!”.
Cosa posso fare? Potrò mai tirarmi indietro?
Non posso, devo tornare ad essere guida del mio gregge.
Mi legano le mani dietro la schiena. 
La brenta è li che mi aspetta. 
Devo inginocchiarmi e trascinarmi sin dentro di essa per prelevare le monete. 
Ci provo, non è facile. 
Fatico, ma alla fine le labbra si appoggiano sui denari! Ci sono quasi devo solo uscire.
In quel preciso istante tutto precipita, mi sento sollevare, mi sento trasportare, non so dove e non so da chi. 
Sento che le persone sotto di me faticano a proseguire. Una voce tra le altre: 
“ci siamo quasi dai un ultimo sforzo”.
Non capisco dove sono, cosa vogliono fare di me.
All’improvviso sono in volo. Pochi secondi e sono coperto dalle acque del lago. 
Non posso nuotare, le braccia sono ancora legate dietro le spalle. 
Riesco a fatica a riemergere dal lago. 
Riesco a liberare le mani, ma la corrente in quel punto è fortissima. Non riesco a nuotare.
Passando secondi che sembrano ore. 
Mi giro sul lato aperto del Lago Maggiore e vedo una barca, la raggiungo, riesco ad aggrapparmi ad essa. Riconosco il pescatore, è uno della mia gente!
Viene anche a messa la domenica! 
Finalmente la salvezza, penso dentro di me.
Il pescatore prende un remo, mi aiuterà! 
Il remo si avvicina alle mie mani ma ..... non come strumento di salvezza ma come bastone dell’odio. 
Il pescatore picchia forte sulle mani, mi obbliga a lasciare la presa del bordo della barca.
Urlo con tutto il fiato che ho in corpo: 
Salvatemi! Lo chiedo in nome di Dio! 
Non riesco a riprendere il bordo della barca, mi sfugge la presa.
Mi sfugge la vita.

Liberamente tratto da: Don Domenico de Gambarotis, vittima della superstizione, racconto presente nel libro "Leggende del Verbano".

Un ringraziamento particolare a Maria Pia, che ha riportato alla luce dalle tenebre della mia memoria questa storia. Grazie.

Fabio Casalini.

6 commenti:

  1. Vittima della superstizione religiosa, sì. Peccato che abbia anche contribuito a crearla.

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    1. Assolutamente Laila.
      Però ci stiamo muovendo al confine tra storia, leggenda e superstizione....

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  2. leggende che la chiesa raccontare alla povera gente per approfittarsene.

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    1. Come risposto in precedenza Giuseppe siamo in quel terreno di nessuno compreso tra la leggenda e la realtà.... non esiste una memoria storica di questi accadimenti, ci si basa su quelle poche informazioni che rimangono scritte nei libri antichi.....

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  3. Una lettura fatta d'un fiato. Paura e superstizione camminano sotto braccio. Quando le cose vanno storte si cerca sempre il colpevole, qualcuno su cui puntare il dito, e i tempi erano maturi per quello che è successo. Il tuo racconto in prima persona è molto emozionante, spaccato di un una vista fatta di povertà e fede in una chiesa che intimoriva. Molto bravo, Rosella

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    1. Grazie Rosella!
      Un racconto del tempo che fu dove credenza e storia si intrecciano alla leggenda.....
      Fabio

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