sabato 17 maggio 2014

Quel vento impetuoso che valica le Alpi

Per noi che occupiamo quel lembo di terra tra la pianura e le Alpi nei mesi a cavallo tra l'inverno e la primavera è facile imbattersi nel suo ululato...proprio come in questi giorni, in cui mi accingo a scrivere di lui.
Parlo del Favonio, meglio noto come föhn (idioma tedesco). In Italia fa la sua comparsa prevalentemente a ridosso della catena alpina. Si tratta di un vento con caratteristiche ben definite: tiepido e secco. Nelle vallate alpine piemontesi è in grado sovente di portare le temperature a livelli elevatissimi, anche in pieno inverno, donando scampoli dal retrogusto quasi estivo. Un po di tecnica, per comprendere meglio le dinamiche: questo genere di ventilazione si origina lungo il versante sopravento di una catena montuosa (quindi al di la della catena alpina, per noi che viviamo a sud delle Alpi). Durante la risalita la massa d’aria che incontra il rilievo si raffredda notevolmente e raggiunto il punto di saturazione condensa, con la conseguente formazioni di nuvole piuttosto ampie che si ammassano sul versante di sopravento, dove si genera il cosiddetto fenomeno dello “stau”. La condensazione del vapore acqueo produrrà quindi delle precipitazioni sul versante di sopravento mentre nel versante opposto si genererà il föhn. L'eccezionale limpidezza dell'aria data da questa particolare condizione atmosferica è in grado di regalarci scorci e tramonti mozzafiato, modellando il paesaggio in modo unico e rivelando particolari a noi spesso “invisibili” durante la sua assenza. Anche la nostra letteratura è rimasta ammaliata da questo particolare fenomeno.  Le minuziose descrizioni in cui mi sono imbattuto durante le mie letture ne sono la prova lampante. Le nubi sfumate o gli altocumuli lenticolari devono aver colpito profondamente l'animo arguto di scrittori e poeti. Tra le righe di “Ti sento Giuditta” Piero Chiara suggeriva: Il lago (…) non ha odore sotto il vento e non turba quelli che gli passano sopra. Stando sul molo, dove arrivano le raffiche, si possono distinguere tutti i sentori che il vento, scendendo dalla Svizzera, raccoglie lungo le valli dell’altra sponda (…) Un giorno, sul molo, Brovelli disse al ragazzo: «Mettiti come me, con le spalle al vento». Il ragazzo obbedì. «Alza un po’ la testa. Respira lungo e adagio. Senti niente?». «Niente». Lui invece sentiva, perché socchiudeva gli occhi estasiato e mormorava: «Le vacche, i boasc, i boasc». Riapriva gli occhi, e dopo un po’: «Il pane, il pane, a Cannobio! Il pane fresco!». Nel vento, Brovelli sentiva l’odore del pane che in quel momento usciva da un forno a Cannobio. «Bravo» gridò il Brovelli. «Proprio michette!». D’un tratto, sentirono l’odore del tabacco che usciva dalla fabbrica dei sigari a Brissago, sulla sponda svizzera. Il ragazzo gridò: «I toscani! I toscani di Brissago!» E fu la prova che prima non aveva ammesso di sentire il pane solo per compiacerlo. Era davvero una gran giornata, una mattina di inizio primavera, quando gli odori sono ancora pochi e si possono distinguere nettamente. «È tanto», chiese il ragazzo «che lei sente questi odori?» «Sono trent’anni», rispose il Brovelli. Rimase un po’ assorto, poi, spalancando gli occhi, cominciò a tremare come se il vento gli penetrasse sotto i panni. «È qui» disse in un soffio; a occhi chiusi, si appoggiò al molo infiacchendosi tutto, quasi sul punto di venir meno. Il ragazzo cercò di cogliere il nuovo odore; lo avvertiva, ma non riusciva a distinguerlo. Guarda il Brovelli; e lui faceva cenno di no con la mano, che non poteva dirgli di che odore si trattasse. Dopo avergli fatto segno di allontanarsi, cominciò a parlare sottovoce. Si distingueva solo qualche parola: «Ti sento… Ah che roba! Giuditta…». Strizzava gli occhi ed era tutto concentrato nel naso. Dopo qualche minuto lo raggiunse sotto le piante e prendendolo per un braccio gli disse severamente: «Tu non puoi avere sentito. Sei ancora un ragazzo». Anni dopo, quando il Brovelli ormai non c’era più, il ragazzo, fattosi adulto, passava giornate intere sul molo per risentire gli odori; ma, avesse dimenticato la posizione esatta o l’angolo giusto, non gli riuscì di sentire mai altro che «l’odore dell’acqua e quasi di luce che ha sempre il vento al mio paese». 
Di nuovo il luinese Piero Chiara, questa volta in un passaggio tratto da “La Stanza del Vescovo”:  A metà lago ci aveva colto di sorpresa un vento raro, il "Munscendrin", che scavalca una volta ogni due o tre anni le pendici del Monte Ceneri, scaricando verso sud l'alito dei ghiacciai nascosti dietro la valle Leventina. L'Orimbelli, che si sentiva già un esperto di venti, metteva in dubbio la mia identificazione. «E' "tramontana"» diceva «niente altro che "tramontana".»
Grazie alla singolare sensibilità dello scrittore Carlo Linati possiamo imbatterci in un'altro suggestivo affresco sul fenomeno in questione: La mattina dopo fummo destati di soprassalto da un gran colpo di vento che spalancò imposte e vetrate. Un chiarore meraviglioso invase la stanza; tutt’attorno casa s’udiva l’ululo spaventoso delle raffiche.  Donato era accorso alla finestra e, discostate le cortine: Oh, guarda, guarda! Io mi rizzai a sedere e vidi là in fondo all’orizzonte una straordinaria visione. In quella luce d’una trasparenza quasi siderale, raccolta in una scena d’intensa e precisa bellezza, un gruppo di montagne appariva, stagliato sul cielo come una città di leggenda. Non avevo mai veduto nulla di simile. I monti rocciosi e nevati, vestiti alle falde di un azzurro immateriale, di un religioso azzurro, scolpivano, incidevano i loro picchi nell’oro dell’alba con sì veemente nitidezza che si sarebbe detto facesse parte della sua divina essenza. Sopra, il cielo veniva disfumando in un tenerissimo cilestro, dove vedevamo morire le ultime stelle. Il vento, che aveva deterso l’atmosfera con furore quasi maniaco per tutta la notte, faceva adesso rivivere quel paesaggio con tale arcana vivezza e gagliardia di linee e di toni, da recare quasi dolore agli occhi. Pareva passasse in noi stessi l’angosciosa tensione da cui l’aria era posseduta.
ed ancora:
Altro effetto di quel bellissimo vento lo osservammo dopo qualche ora quando, non potendo uscire a cagione della sua straordinaria violenza, discesi a pianterreno, guardavamo dai vetri della veranda la piazzetta dell’albergo in preda al suo furore.
Le raffiche si accanivano con potenza di orde contro il ceppo delle case; sotto i muraglioni che reggevano il borgo, era tutto un gran muggire. Il vento veniva giù a cavalloni, smanioso di sradicare le case, inaerarle ne’ suoi vorticosi palei. Ma il borgo s’era premunito bene; stretto e raggricciato non offriva al suo assalto che imposte serrate, porte sprangate, e quei suoi muri ad angolo e quei tetti grevi. Tutto così tappato, ne riceveva intrepido i lunghi schiaffi senza fiatare.
Assorti nella nostra grigia routine di quotidiana frenesia siamo portati abitualmente ad ignorare le affascinanti e complesse sfumature della natura. 
Volgiamo più spesso lo sguardo all'insù, con maggior curiosità, cercando di capire il dialogo tra la montagna ed il cielo, provando come il Brovelli descritto da Chiara a nutrirci di quella mitezza che il vento dopo i suoi lunghi viaggi ha in serbo per noi.


Filippo Spadoni

3 commenti:

  1. Ilia Marziani Zandonella28 aprile 2017 21:50

    Molto interessante. Ho letto Tutti i libri di Piero Chiara e mi ricordo molto del Brovelli. Grande scrittore di Lago!

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