giovedì 10 aprile 2014

A Vercurago alla ricerca dell'Innominato.


Il castello dell’innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d’un poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di tane e precipizi, che si prolungano anche dalle  due  parti. 
Quella  che  guarda  la  valle  è  la  sola  praticabile; un  pendio  piuttosto  erto, ma  uguale  e  continuato; a  prati  in  alto; nelle  falde  a  campi, sparsi  qua e  là  di  casucce. 
Il  fondo  è  un  letto  di  ciottoloni, dove  scorre un  rigagnolo  o  torrentaccio, secondo  la  stagione: allora  serviva  di  confine  ai  due  stati. I  gioghi  opposti,che  formano,  per  dir   cosi’, l’altra  parete  della  valle, hanno  anch'essi  un  po’  di  falda  coltivata; il  resto  è  schegge  e  macigni, erte  ripide, senza  strada  e  nude, meno  qualche  cespuglio  ne’  fessi  e  sui  ciglioni.


Dall'alto del  castellaccio, come  l’aquila  dal  suo  nido  insanguinato,  il  selvaggio  signore  dominava  all'intorno  tutto  lo  spazio  dove  piede  d’uomo  potesse  posarsi, e  non  vedeva  mai  nessuno  sopra  di sé, né  più  in  alto.




Dando  un’occhiata  in  giro, scorreva  tutto  quel  recinto, i  pendii, il  fondo, le  strade praticate  là dentro. Quella  che  a  gomiti  e  a  giravolte, saliva  al  terribile  domicilio, si  spiegava  davanti  a  chi  guardasse  di  lassù’, come  ad  un  nastro  serpeggiante; dalle  finestre , dalle  feritoie, poteva  il  signore  contare  a  suo  bell'agio  i  passi  di  chi  veniva, e  spianargli  l’arme  contro, cento  volte.



E  anche  d’una  grossa  compagnia, avrebbe  potuto, con  quella  guarnigione  di  bravi  che  teneva  lassù, stenderne  sul  sentiero, o  farne  ruzzolare  al  fondo  parecchi, prima  che  uno  arrivasse  a  toccar  la  cima. Del  resto, non  che  lassù, ma  neppure  nella  valle, e  neppure  di  passaggio, non  ardiva  metter  piede  nessuno  che  non  fosse  ben  visto  dal  padrone  del  castello.





Il  birro  poi  che  vi  si  fosse  lasciato  vedere, sarebbe  stato  trattato  come  una  spia  nemica  che  venga  colta  in  un  accampamento. Si  raccontavano  le  storie  tragiche   degli  ultimi  che  avevano  voluto  tentar  l’impresa; ma  eran  già  storie  antiche; e  nessuno  de’  giovani  si  rammentava  d’aver  veduto  nella  valle  uno  di  quella   razza, né  vivo, né  morto.

Alessandro Manzoni, "I promessi sposi" Capitolo XX°.
                                                                                           
Fabio Viganò.





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