lunedì 6 gennaio 2014

L'inverno alle porte della Val Grande




"Ho scoperto la Val Grande quasi trent'anni fa. Ricordo le prime gite. Camminavamo forsennatamente, tesi a non perdere le tracce dei sentieri e a raggiungere le cime. Capitava di incontrare qualche pescatore (che magari tirava le reti) o qualche cacciatore col camoscio anche d'estate. Per paura, noi ci nascondevamo negli anfratti.
Quando sono arrivato a Velina la prima volta, risalendo il pessimo sentiero di allora da Ponte Casletto, gli alpigiani mi dissero: quest'anno non è ancora passato nessuno. Ed era l'inizio di agosto. Adesso certe domeniche ci sono centinaia di escursionisti."
(Teresio Valsesia, Val Grande ultimo paradiso. 1985).



Le parole di Valsesia da sempre risuonano nella mia mente.
Se non fosse stato per poche decine di persone questa valle non sarebbe mai diventata parco.
Non sarebbe divenuta l'area selvaggia più vasta d'Italia.
La sua bellezza, non a tutti visibile, è data dal nulla che contiene.
Se l'estate è difficile in questa valle, l'inverno è impossibile.
Montagne scoscese, dirupate, selvagge. 
Pericolose.
Ma la visita ad un alpeggio isolato ti riporta le parole con cui Valsesia iniziò quel libro:
"qui si ritorna alle origini, all'inconscio desiderio di cose nuove e vergini. L'ebrezza e la voluttà dell'incognito. Sentirsi elemento integrante di questa natura che si offre in umiltà e che si deve assaporare nel suo rispetto totale".
La Val Grande è questo.
Un ritorno alle origini, a quello che eravamo e che non saremo mai più.






Fabio Casalini

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