sabato 30 novembre 2013

Tra sangue e morte.





Incontriamo Andrea  Carlo Cappi nella sua casa di Milano per intervistarlo in occasione dell’uscita nelle edicole di tutta Italia del suo nuovo romanzo,edito da Mondadori  per ”Segretissimo”,dal titolo: Nightshade: Programma Firebird. È sempre lo stesso, cordiale e disponibile ma conscio di vivere tra sangue e morte. Mi accomodo e,dopo esserci accesi un sigaro,inizio a “bombardarlo” di domande…

-Perché  hai scelto di diventare scrittore?
Perché  da quando avevo sei anni sento il bisogno di raccontare storie.

-Qual è stato il momento in cui hai optato per il genere noir ?
Fin da allora. E subito orientandomi verso il thriller internazionale e spionistico, che non è l'unico genere che coltivo ma di certo quello che frequento di più. Ogni tanto, soprattutto in racconti brevi, scrivo anche di vicende relativamente minimali di singoli individui, ma da sempre mi interessa mettere a confronto i miei personaggi con fatti di portata storica. E la caratteristica della maggior parte dei romanzi pubblicati da ”Segretissimo” da oltre mezzo secolo è quella di unire giallo e avventura alla realtà internazionale.

-Cosa significa investigare…? Anche se i personaggi dei tuoi romanzi risultano essere in definitiva fittizi, qualcuno potrebbe comunque “sentirsi  tirato in ballo”,non credi?
Più che personaggi... categorie. Nel 1997, con il romanzo sul caso Lady Diana poi uscito con vari titoli (Morte accidentale di una lady in libreria, Ladykill  in ”Segretissimo” e, l'ottobre scorso, Complotto in edicola come allegato al settimanale ”Stop”) ho indicato una pista per le indagini che viene seguita solo ora dopo sedici anni. In altri romanzi ho puntato il dito sui retroscena della Guerra del Golfo. In Malastrana ho raccontato il lato oscuro di una grande compagnia farmaceutica. Tempo fa abbiamo parlato del ruolo di «rompicoglioni pubblico» che può avere lo scrittore di gialli: senza mai rinunciare all'intrattenimento, ritengo mio dovere spingere il lettore a non accettare in modo acritico tutte le informazioni che arrivano dai media.

-Di cosa tratta il nuovo romanzo,la tua  ultima “fatica” per Mondadori?
Nightshade: programma Firebird, firmato con lo pseudonimo François Torrent come tutti i romanzi di questa serie, mantiene gli stessi ingredienti: azione, indagine e avventura su un preciso sfondo storico-politico, anche se cerco di cambiare formula a ogni romanzo per non diventare ripetitivo. La mia protagonista, la spagnola Mercy Contreras alias Nightshade, ha cessato la sua attività di contractor da otto anni (ma per i lettori sono solo quindici mesi, dal romanzo Nightshade: Protocollo Hunt dell'agosto 2012). Quando due giovani sicari cercano, senza successo, di ucciderla,  scopre che lei e la sua ex rivale boliviana Rosa Kerr alias Sickrose sono finite inspiegabilmente sulla lista nera di un'organizzazione criminale turca. Le due donne sono costrette a collaborare per risalire al mandante e nell'arco di una settimana, nel luglio  2013, scoprono che c'è in gioco molto più di quanto possano immaginare.

-Mi risulta tu abbia partecipato di recente ad una antologia noir. L’antologia  è firmata da autori importanti, se non sbaglio… Ci racconti qualcosa?
È Un giorno a Milano,  che ho curato io stesso su idea di Paolo Roversi, pubblicata nel novembre 2013 da Novecento Editore: in questo momento è l'antologia più venduta in Italia, secondo i dati di ibs.it. Raccoglie nove storie inedite ambientate a Milano, in un arco di 24 ore, creando una sorta di romanzo collettivo costituito da racconti indipendenti. Oltre a me, vi partecipano veterani come Giancarlo Narciso, Stefano Di Marino e Paolo Roversi; autori che si sono afferamati negli ultimi anni come Giuseppe Foderaro, Ferdinando Pastori e il trio costituito da Riccardo Besola, Andrea Ferrari e Francesco Gallone con un racconto a sei mani; e due autori che si sono fatti notare di recente, Francesco Perizzolo, vincitore nel 2012 nel Premio Segretissimo GialloLatino per il racconto inedito, e Francesco G. Lugli, che in questi giorni è al secondo posto nelle classifiche ebook horror con il suo Sei passi nella nebbia (e al terzo posto c'è Stephen King!) Alcuni di noi hanno messo in scena i propri personaggi, quindi è anche l'occasione di vedere «insieme» il mio Carlo Medina e molti altri eroi e antieroi del thriller italiano contemporaneo, tutti coinvolti in storie che richiamano la Milano Calibro 9 di Giorgio Scerbanenco.

-Tu sei abituato ad attraversare da solo,intellettualmente,la ”valle della morte”… Attraversarla  almeno per finzione! Ma non credo tu sia indifferente a  tutto cio’ che accade nel mondo…
Erenst Hemingway diceva che «la morte è qualcosa di cui si può scrivere», Ian Fleming scriveva che «si vive solo due volte, la prima quando si nasce, la seconda quando si guarda la morte in faccia». Quando i miei personaggi sopravvivono, regalano al lettore una vittoria che, forse, lo incoraggia ad affrontare con più determinazione le avversità della vita. Ciò che accade nel mondo reale è il mio riferimento costante: per esempio, Nightshade: Programma Firebird tratta delle ambiguità della situazione in Siria, in cui si muovno governo contro ribelli, Hezbollah filoiraniani contro gruppi affiliati ad Al Qaeda e, a livello diplomatico, russi contro americani. È una guerra civile che rischia di estendersi olre i confini e che, anche se se ne parla meno di qualche mese fa, ancora miete vittime.

-Senti  Andrea… Non ti pare che oggigiorno si rubi ai poveri per dare ai ricchi? Mi spiego… Partendo dal presupposto che essere ricchi non sia un fatto disdicevole, a meno che i soldi siano il frutto di atti illeciti, mi pare si sia perso il senso non dell’assistenzialismo,ma dell’umanità… Non ti sembra che l’essere umano abbia dimenticato di riconoscere sé stesso nell’incontro con la sofferenza?
In questi ultimi decenni nelle zone di mondo più sviluppate si è consolidata l'ideologia del successo facile, a scapito della responsabilità. Ovviamente il successo non è per tutti ma favorisce chi riesce a garantirsi privilegi sulle spalle altrui. Così si tende a creare anche qui una situazione non dissimile da quella dei paesi sottosvilupati, in cui la ricchezza resta nelle mani di pochi. E quei pochi di rado si preoccupano di migliorare le condizioni dei «sudditi». Nel tempo i parassiti uccidono chi fornisce loro il  nutrimento e devono trovarsi nuove vittime, noncuranti della loro sofferenza. Ma a lungo andare tutte le vittime si estinguono.

-Milano e l’Europa… Lucio Dalla ne ha parlato in modo sublime in una canzone,tratteggiandola e dipingendola  a parole come fosse un pittore… Grandi banche, lavoro, i   sentimenti, espressi coralmente in pianto o risate sincere… Milan e Benfica…Vivere a Milano è fatica…Come milanese,ti ritrovi?
Milano  ha dimenticato cosa significasse, ancora quaranta o cinquant'anni fa, essere milanesi, non necessariamente di nascita ma nello spirito. Voleva dire avere un forte senso del dovere, sapere che per arrivare da qualsiasi parte ci si doveva rimboccare le maniche, cercare di mgliorarsi, non semplicemente  sgomitare per arrivare primi. Gli anni Ottanta della Milano da bere hanno creato invece una generazione di venditori di fumo. La crisi a Milano non è cominciata nel 2008, ma nel 1992, quando è crollata una parte del sistema che generava una ricchezza limitata peraltro solo ad alcune cerchie. Alcuni sono riusciti a mantenere i propri privilegi, altri no, altri ancora non ne hanno mai avuti. Milano è diventata una città che premia l'apparenza e penalizza la reponsabilità. E quindi una città ancora più faticosa di prima.

-È stato firmato,finalmente, l’accordo “storico” tra Iran e USA! Che ne pensi a riguardo?
Spero che sia solo l'inizio. Anche se Bush premeva in quella direzione e Ahmadinejad non faceva nulla per ammorbidire la situazione, sarebbe stato disastroso se gli USA avessero trascinato loro stessi e l'Europa in un conflitto con l'Iran, mentre ancora non sono risolti i problemi in Afghanistan e in Iraq. Di riflesso, una rapporto meno conflittuale con l'Iran rende meno estrema la situazione in Siria, dove si confrontano le anime sciita (quindi filo-iraniana) e sunnita del mondo islamico.

-Ritornando alla letteratura… qual è il tuo rapporto con la poesia?
Molto occasionale, tanto come lettore quanto come praticante. A dire il vero ho scritto quasi esclusivamente poesie in rima a sfondo umoristico, sul modello di Cecco Angiolieri... o di Rochester, il poeta inglese cui vent'anni fa ho dedicato un romanzo breve ripubblicato nel 2012 da Felici Editore. Le mie poesie licenziose sono apparse in un ebook collettivo gratuito da ErosCultura.com, che è anche l'editore di due miei ebook a sfondo erotico, tra cui Nuova carne, a quattro mani con Ermione, uscito nel settembre 2013.

-Quali i tuoi autori preferiti?
Potrei dire T.S. Eliot per la poesia e Hemingway per la narrativa.

-Posso farti una domanda  …particolare?
Solo in presenza del mio avvocato. Uhm, però a dire il vero non ho più un avvocato. Però il mio commercialista è stato in passato un campione di karate. Va bene lo stesso?

-Quali sono i tuoi  scrittori di noir preferiti?
Nel tempo credo che Hammett abbia superato Chandler nella mia classifica personale. Come si sarà capito, considero Milano calibro Nove di Scerbanenco un testo fondamentale. Sono molto legato a Váquez Montalbán e in generale a molti degli autori di novela negra spagnola attivi dagli anni Settanta e Ottanta. Rimpiango i miei amici scomparsi Stuart kaminsky – che con il ciclo di Lew Fonesca ha superato se stesso – e Donald E. Westlake, che con la sua incarnazione di Richard Stark è sempre stato un modello di riferimento.

-Donne,donne,donne…Sappiamo che ti piacciono.Cosa pensi del “burlesque”?
Sono lieto che sia tornato di moda. Devo confessare anzi che adoro l'ironia con cui si esibisce un'artista di nome Délice La Rouge, tanto che le ho chiesto di interpretare in un set fotografico la protagonista del mio nuovo ciclo horror Danse Macabre, che sarà inaugurato nel 2014 dal romanzo Le vampire di Praga. Potrete trovare gli scatti su una pagina dedicata su facebook.

-Se tu fossi una spia…Chi vorresti essere?
Sono sempre rimasto sbalordito da come Kim Philby sia riuscito per decenni a muoversi ai vertici dei servizi segreti britannici, rischiando addirittura di essere promosso a campo del Secret Intelligence Service, pur essndo in realtà una talpa del KGB. John Le Carré mi odierebbe, se mi sentisse, dato che Philby lo ha bruciato rivelando la sua identità ai sovietici quando lo scrittore era un giovane agente inglese in Germania. E passo sopra a qualsiasi giudizio morale, dato che  l'infiltrazione di Philby ha causato molte vittime. Ma il sangue freddo necessario per reggere questo gioco pericoloso con una doppia vita durata trent'anni è davvero invidiabile.

-Quali sono,a tuo avviso, i Servizi Segreti piu’ pericolosi?
Potenzialmente... tutti. Se un servizio segreto serve un governo dittatoriale è sicuramente una minaccia non solo per gli altri paesi ma anche per i propri concittadini: basti pensare al ruolo repressivo di polizia segreta del KGB nell'Unione Sovietica. Ma anche in un paese democratico esiste il rischio che chi è autorizzato a operare in segreto e quindi a compiere illeciti che resteranno impuniti, anziché agire a fin di bene protegga interessi personali o segua agende politiche di parte. Un esempio: in alcuni miei libri recenti ho ricostruito la carriera di Howard Hunt, artefice di complotti e golpe per conto della CIA fino al fiasco della baia dei Porci a Cuba e probabilmente coinvolto nell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy se non già anche nella morte di Marilyn Monroe; Hunt ha concluso la sua carriera quando è venuto alla luce il suo incarico come spia personale di Nixon, culminato nello scandalo Watergate.

-Si è soliti credere che quando uno scrittore narri una storia  tenda sempre a raccontare,anche a livello talora inconscio,del proprio vissuto.Concordi…?
Lo dichiaro apertamente: in quasi tutti i miei personaggi c'è qualcosa di personale, anche quando sono molto diversi da me. Un sentimento o un odio reali, trasposti in un proprio personaggio, lo rendono vivo e riconoscibile al lettore.

-So per certo che frequenti  Andrea G.Pinketts. Puoi raccontarci un aneddoto?
Siamo amici da molto tempo e lavoriamo insieme nell'organizzazione di serate di letteratura e spettacolo a Milano, un'attività culturale indipendente cui ha dato vita proprio Pinketts nel 1992. Sono da quasi vent'anni il suo braccio destro nel Seminario per Giallo e Bar, ovvero i Giovedi Mistero di Pinketts che nel 2013 hanno trovato nuova sede al Balubà Bar di via Carlo Foldi 1 a Milano. Nel contempo Pinketts è stato spesso il mio braccio... sinistro nelle serate Borderfiction all'Admiral di via Domodossola 16 e ogni tanto negli eventi che conduco al Torchietto Bistrò di via Ascanio Sforza 47. Un aneddoto pressoché quotidiano: quando siamo seduti a un tavolo a Le Trottoir, dove Pinketts è di casa, la conversazione è perennemente interrotta dal flusso di giovani donne che vengono a rendergli omaggio, ipnotizzate dal suo fascino misterioso.  Sono i momenti in cui mi sento leggermente invisibile!

-Dürrenmatt…Quale insegnamenti trarre dal suo modo di scrivere?
Soprattutto... dal suo modo di demolire le convenzioni del romanzo giallo, di cui La promessa è, dichiaratamente, il requiem. In questo lui, Pirandello e – in modo diverso ma non meno spiazzante – Agatha Christie hanno disfatto il classico giallo a enigma utilizzandone lo stesso rigore scientifico.

-L’ultima domanda…Il mestiere di scrivere… Vuoi parlarcene? In cosa consiste? Ha “zone d’ombra”…?
A dire il vero scrivere, prima che un lavoro, per me è una necessità. Tant'è vero che ogni tanto, fra un impegno e l'altro, sento il bisogno di scrivere raccontini che poi pubblico su una pagina facebook chiamata «Il racconto del venerdì di A.C.Cappi». Poi è anche un  lavoro che richiede tempo, impegno, ricerche, professionalità... e altro tempo per la promozione del libro. Una parte della mia produzione esce in edicola con Mondadori, il che mi garantisce un pubblico vasto: in solo un mese di permanenza in edicola, più lettori di quelli che hanno molti titoli in libreria. Ora poi ci sono gli ebook, che permettono di recuperare un titolo anche quando non è più in edicola, mentre prima dopo un mese i volumi sparivano dalla circolazione. La zona d'ombra: il mio lavoro di traduttore mi impone di sacrificare il tempo dedicato alla scrittura e alla vita privata. Per poter fare in pace il mio lavoro di scrittore dovrei essere ricco e dedicarmi solo a quello.

-Dove  saranno i prossimi incontri letterari?
Mercoledì  4 dicembre alle 21.30 all'Admiral di Milano (via Domodossola 16) si terrà l'ultima – almeno per me – di un'intensa serie di presentazioni di Un giorno a Milano, proprio nel luogo in cui è nata l'idea dell'antologia alla fine di un'analoga serata Borderfiction, meno di otto mesi prima. Giovedì 5 dicembre in via Troubetzkoy sul lungolago a Verbania, con un certo Fabio Viganò, ci sarà la «prima» del mio nuovo romanzo: cena con l'autore al Monte Rosso alle 20.00, cui seguirà la presentazione del mio nuovo libro.La settimana dopo, mercoledì 11 dicembre, di nuovo all'Admiral: si conclude l'annata delle serate Borderfiction con La notte dei misteri, ospiti Danilo Arona, Angelo Marenzana e Nadia Morbelli con i loro nuovi romanzi, presentati da Stefano Di Marino e da me. Infine giovedì 12 dicembre alle 20.30 ripresento Nightshade: Programma Firebird al Torchietto Bistrò sul Naviglio Pavese a Milano (locale in cui è ambientata una scena del romanzo) con uno spettacolo di flamenco allestito da Silvia Alonso, la ballerina che appare nel booktrailer. Poi mi ritiro in Spagna a lavorare e rientrerò in Italia a fine gennaio, in tempo per il festival GialloPistoia.

-Grazie Andrea! È sempre un piacere parlare con te!
Grazie a te e a tutti i viaggiatori ignoranti!



Fabio Viganò.





Uova di Cicogna o della cicogna?

Alla fine degli anni ottanta, leggendo il libro “Valgrande ultimo paradiso” di Teresio Valsesia, la mia attenzione fu catturata da una piccola fotografia, leggermente sfocata, dove si notava un prete tenere al cordino un’aquila. 

La forza della Natura!





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mercoledì 27 novembre 2013

In Baviera per vedere il castello di Hohenschwangau.







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L'ultimo abitante di una valle!



Ritengo possa essere interessante parlare di Augusto Riolo; l'ultimo abitante di Campello Monti, Valle Strona (VB).
E' una storia affascinante, non troppo conosciuta e dal sapore antico, e soprattutto legata al nostro splendido territorio. 

Paolo Zolla, sacrista campanaro di Forno in Val Strona, ricorda la Campello Monti della sua infanzia, quando faceva le elementari negli anni della guerra di Abissinia e la maestra si chiamava Magda Tenzi, gli anni di "Giovinezza, giovinezza primavera di bellezza", e sui banchi di scuola erano tutti figli della lupa e balilla. Campello Monti era, allora, il gioiello della vallata. Le miniere di nichelio consentivano al paesello (altitudine, 1.305 metri) una discreta prosperita' . La minuscola comunita' montanara era costituita da otto famiglie, una quarantina di persone in tutto. "All' eta' della leva . racconta il sacrestano di Forno ., io lavoravo in miniera, come facevamo tutti noi giovani della valle: perche' il regime ci consentiva di evitare il servizio militare durante la guerra". 
Ma alla fine della guerra la miniera fu chiusa e Campello Monti si e' andato via via spopolando ed ora, ormai da anni, non ci abita piu' nessuno. Questo villaggio presepio, con le case aggrappate armoniosamente sulla montagna, si anima solo nei mesi estivi grazie ai pochi villeggianti e ai turisti alpinisti che vogliono fare la traversata sulla catena fino in Valsesia: ma d' inverno e' vuoto, la neve sbarra autoritariamente ogni accesso al paese. Non per tutti, pero' . Giovanni Piana, che gestisce d' estate la sola trattoria osteria di Campello, non ha resistito alla tentazione di fargli una visitina anche adesso, perche' , ammette, "un giorno a Campello d' inverno vale piu' di un mese in estate". 
L' ultimo decesso nel paese, raccontano, e' stato il giorno di San Giuseppe del ' 71, ma l' elicottero che avrebbe dovuto trasportare la bara al cimitero di Fornero, un villaggio vicino, non pote' atterrare per la bufera: e cosi' il morto fece il suo ultimo viaggio in slitta. Quello stesso anno una valanga si abbatte' su Campello, ma le sue case rimasero in piedi e questo fatto fu considerato un miracolo dal custode della chiesa, Augusto Riolo, che decise allora di non abbandonare mai il paese. Tutti se ne erano andati e lui rimase solo, per anni. Gli tenevano compagnia le capre, le galline e uno stuolo di gatti che teneva in casa, nella stanza dove mangiava e dormiva. Pare non avesse gran considerazione per le norme igieniche e comunque nessuno avrebbe potuto interferire con le sue regole di vita. Una volta un elicottero fece un giro sopra la sua casa per vedere se era ancora vivo, e l' Augusto si arrabbio' e minaccio' il pilota col pugno. In una delle tasche aveva il mazzo delle chiavi, della canonica, del cimitero. 
Per chi accendesse i ceri in chiesa, d' inverno, non si sa: ma questo era il suo dovere e lui lo compiva fino in fondo. "La terra e' cosi' fredda e gelata a Campello . dice Giovanni . che i morti non si consumano... Le riesumazioni sono frequenti e lo stanno a dimostrare. Uno dei sindaci del paese, il Lisander, e' stato riesumato a 50 anni dalla morte e indossava ancora il gile' . Una donna, morta in inverno, e' stata sepolta sotto tre metri di neve e solo in primavera si e' potuto metterla sotto terra". 
Qualcuno si e' chiesto se la caparbieta' del signor Augusto fosse in parte alimentata anche dalla convinzione che nel locale camposanto si sarebbe potuto conservare meglio, imbalsamato nel gelo. In questo e' stato comunque esaudito. Riposa infatti a Campello anche se gli ultimi mesi della sua vita li ha trascorsi lontano dalle sue capre, dai suoi gatti e dai suoi polli, in un ospedale di Omegna, dove l' avevano ricoverato a forza perche' molto malato. Una delle case di Campello Monti, con l' intonaco rosa, e' di proprieta' della signora Bulgari, Leonilde: si' , proprio Bulgari, della famiglia del famoso gioielliere. "Costantino e Giorgio Bulgari . mi informa Paolo Zolla . sposarono le due sorelle Leonilde e Laura Gilienetti, originarie di qui". 
Fino a poco tempo fa, la signora Leonilde, che pero' tutti chiamavano Mari' a cominciare da Augusto che aveva le chiavi di casa, arrivava a Campello in taxi: e i bambini erano impressionati dai suoi capelli turchini che la facevano somigliare alla fata di Pinocchio, anche se non piu' giovane: "Sono un po' di anni che non la vedo . dice Giovanni Piana . dev' essere un po' malata. Ma ogni tanto telefona. Ogni estate, la Mari' faceva strappare l' erba tra i ciotoli della gassa, come noi chiamiamo la scalinata che porta alla chiesa". Quando si scioglie la neve e i dorsali della montagna diventano, a primavera inoltrata, di un verde luminoso, arrivano le greggi: non manca mai all' appuntamento Annibale, un pastore bergamasco che sverna al piano e, quand' e' il momento, conduce le sue pecore agli alti pascoli della Val Strona, rallentando il traffico sull' attorcigliata strada che da Omegna porta su fino ai 900 metri di Forno. 
Ma non c' e' dubbio che il benessere (relativo) di Campello puo' essere assicurato soprattutto dal turismo alpino. E una tappa base della cosiddetta Grande Traversata delle Alpi, una camminata sulle montagne che uniscono la Valsesia all' Ossola alla Valle Anzasca, lungo l' itinerario che ha visto nei secoli le grandi migrazioni dei Walser, i coloni del Vallese, stabilitisi dentro i nostri confini: e Walser e' certamente la cultura di questa vallata, rimasta sempre un po' isolata e schiva, e considerata la Cenerentola delle valli novaresi. A Forno (trecento abitanti circa) c' e' un solo albergo, l' Albergo del Leone. 
Gestito con efficienza dalle sorelle Spadaccini, che lo hanno avuto in eredita' da padre, nonno e bisnonno, e' anticamente e deliziosamente accogliente: muri spessi, scale di sasso, corridoi stretti, vecchi mobili di legno, finestre piccole e balconcini che danno sui tetti. Nessuno, qui, ha bisogno della sveglia. Il campanile della chiesa parrocchiale suona le ore e anche le mezz' ore. Poi, alle 6 del mattino, interviene Paolo Zolla, detto Paulin. T' informa subito com' e' il tempo: un tocco vuol dire bello, due nuvoloso, tre pioggia, quattro neve. Questo vale per l' inverno, perche' d' estate il Paulin entra in azione alle 4: cosa che ha fatto imbestialire una signora di Milano, che ha sporto denuncia contro lo zelante campanaro. Il signor Zolla ha un fratello prete, che e' il prevosto di Omegna: non si dovrebbe quindi aver dubbi sulle sue tendenze ideologiche. 
Ma un giorno aveva la luna per traverso e gli abitanti di Forno si sono svegliati al suono di "Bandiera Rossa" che il Paulin aveva euforicamente improvvisato sulla tastiera: "Si' , e' vero . ammette . ma io suono un po' di tutto, da "Vogliam Dio" a "Marina" alla canzone del "Partigiano" e a "Son tutte belle le mamme del mondo". Ha una storia tragica, Forno, raccontata sul muro del cimitero: qui, il 9 maggio del ' 44 i fascisti fucilarono nove partigiani. La resistenza aveva trovato rifugio su queste montagne dove i "rossi" di Moscatelli e di Galletti si incrociavano coi "bianchi" di Beltrame e di Di Dio. Paolo Zolla, in un suo scrupoloso diario scritto a mano ricorda l' episodio (suo zio, parroco del paese, confesso' e assolse i morituri) intitolandolo "I fratelli uccisero i fratelli". Il suono dei campanacci puo' ricordare un mondo arcaico e cosi' gli abiti delle donne quando indossano festosamente i costumi walser: ma in realta' a Forno e in tutta la Val Strona non c' e' niente di stantio, di nostalgico immobilismo. 
Qui l' artigianato funziona e pare che funzioni bene. Leggo in un opuscolo che per una popolazione di 2.500 abitanti (quanti ne conta la valle) ci sono 140 aziende artigianali dove si lavorano l' acciaio, il rame, l' ottone, il peltro, il legno. Soprattutto il legno. La Val Strona e' conosciuta infatti come la "val di cazzui", per la grande quantita' di mestoli e cucchiai di legno che esce da queste botteghe: e chi ci lavora viene chiamato "gratagamul", grattagamole, perche' fa quotidiana strage di tarli. Il cucchiaio di legno brevettato negli Anni Venti da certo Carlo Zamponi di Forno ebbe un successo enorme e ancor oggi, apprendo, se ne producono dai 3 ai 4 milioni di pezzi e se ne esportano anche oltre Oceano. L' artigianato non assorbe certo interamente la manodopera della valle: giu' al piano, piccole e medie industrie offrono discrete sistemazioni e non sembra piu' necessario, oggi, attraversare l' Atlantico come fece il nonno delle sorelle Spadaccini, Giovanni Battista che ando' a fare lo sguattero in una torrida cucina di New York. Come si comporteranno domenica prossima Forno e la "val di cazzui"? Nessuno osa fare previsioni. 
Questi piemontesi walser sono pozzi di mistero. Ma all' Albergo del Leone c' e' una foto del presidente Scalfaro che venne qui a cenare quand' era ministro ed ha l' aria soddisfatta di uno che ha mangiato bene. E quindi impensabile che gli si debba fare ora uno sgarbo. Poche case aggrappate alle montagne L' inverno e' tanto freddo che neanche i morti si consumano Il brevetto sui cucchiai di legno risale agli Anni Venti. Ancor oggi se ne esportano Oltreoceano.
(articolo del Corriere della Sera)

estratto di un articolo dell'epoca

estratto di un articolo dell'epoca

Filippo Spadoni.

lunedì 25 novembre 2013

In Baviera alla ricerca delle favole. Il castello di Neuschwanstein.









Dal portfolio inedito e personale di Minghini Yuri,
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Arrivando a Castel Sant'Angelo.



Visitare un luogo non significa "solamente" guardare.
Significa capire la cultura che ha portato a quel risultato.
Capire il trascorrere del tempo nella sua ombra.
Castel Sant'Angelo a Roma va capito.
Studiato.
Analizzato.
Ma analizzato dal basso, dalla cultura che ha "ruotato" intorno ad esso per secoli.



Per farmi aiutare riporto con piacere un sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli, La ggirannola der 34:
Ce fussi a la ggirannola jjerzera?
Ma eh? cche ffuntanoni! eh? cche scappate!
Quante bbattajjerie! che ccannonate!
Cristo, er monno de razzi che nun c'era!
E la vedessi quela lusce nera
c'ussciva da le fiamme illuminate?
Nun parevano furie scatenate
che vvienissin' a ffà nnas' e pprimiera?
E ll'Angelo che stava in de l'interno
de quer fiume co ttutto er zu' palosso,
nun pareva un demonio de l'inferno?
E'r foco bbianco? e 'r foco verde? e 'r rosso?
disce che inzino a cquelli der governo
je parze avé sti tre ccolori addosso!
 Giuseppe Gioacchino Belli (1934)




La "girandola" venne introdotta a Roma nel 1481 per festeggiare il pontificato di Papa Sisto IV.
Nel passare del tempo questo spettacolo pirotecnico venne utilizzato per festeggiare le maggiori festività dell'anno.
E' alquanto riduttivo pensarlo solo uno spettacolo pirotecnico.
Alla realizzazione ed ideazione dei macchinari necessari allo spettacolo lavorarono Michelangelo, Bernini ed il Vanvitelli...chiaramente in epoche diverse.
Ho utilizzato la girandola per spiegare a me stesso ed a tutti voi una parte molto popolare di Castel Sant'Angelo.



Mi ricollego al Bernini per ricordarmi degli angeli che sormontano il ponte che conduce al castello.
Perché il Bernini?
Parlare della Roma Barocca significa parlare di quel grande genio.
Ma in questo caso vi è tutta la sua opera.
Il parapetto su cui sono incastonati gli angeli è opera del grande architetto.
Le statue degli angeli che portano gli strumenti della passione del Cristo sono stati eseguiti dagli allievi del maestro sotto la sua costante guida ed osservazione.
Castel Sant'Angelo ed il suo ponte sono un luogo di osservazione meraviglioso per capire Roma ed il suo passato.

Fabio Casalini.

Autunno in Valle Vigezzo.







Dal portfolio personale ed inedito di Yuri Minghini.
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domenica 24 novembre 2013

Piove sul mare verde!





PIOVE

 Piove sul mare verde.
 Piove sull'Avemaria
 che suonano quei monti laggiù in fondo
 come dolcissime campane azzurre.
 Piove sull'odore stellato dei gelsomini
 che fioriscono contro il muro rossastro d'un orto.
 Piove sulle ghirlande marce del cimitero.
 Piove sull'ombrello di vetturino del mendicante
 e sulla sua triste elemosina.
 Piove sull'organetto rosso del vagabondo
 piangente macchina fotografica
 che non è mai pronta per far la fotografia:
 tutti si stancano e la mandano via.
 Piove sulla primavera
 e sull'anima mia rugosa e nera.

 (Da "L'inaugurazione della primavera", 1915)


Corrado Govoni.


Articolo di Filippo Spadoni.

venerdì 22 novembre 2013

L'uomo che sfidò il cielo

Non posso fermare la mia volontà di conoscere la sua vicenda.
E’ un eroe moderno, ancora oggi poco conosciuto, cui la storia non ha tributato il giusto riconoscimento.
Aveva un sogno, quello di volare libero nei cieli.
Non era nato nelle nostre montagne.

L'autostrada delle Alpi.



L' AUTOSTRADA DELLE ALPI

(di Mario Soldati)

13 dicembre 1966
Possiamo, adesso, fare noi, a nostra volta, senza nessuna presunzione, e senza molta speranza che venga accolta, una proposta?  Vorremmo che la Milano-Torino venisse battezzata "Autostrada  delle Alpi". Nelle belle giornate d'inverno, crediamo fermamente che nessuna strada o autostrada, nel mondo intero, possa vincere, per la bellezza del paesaggio, la Milano-Torino.
Già Samuel Butler, a pagina 168 del suo Alpi e Santuari che, lo so. non mi stanco mai di citare, parlando, nel 1881, della strada ferrata tra Milano, Santhià e Torino (strada ferrata che segue lo stesso percorso e gode gli stessi sfondi dell'odierna autostrada) dice che "the view of the Alps, in clear weather, cannot be surpassed": la veduta delle Alpi, con un tempo sereno, non può essere superata.
Non sarebbe la prima volta che ignoriamo le bellezze a noi più vicine, le più comuni, quelle che sarebbe più facile godere.
Ripetiamo: la stagione migliore, per questo spettacolo straordinario, meraviglioso, unico al mondo, e l'inverno: una giornata serena d'inverno. L'ora migliore è verso il mezzogiorno, quando il sole, con un'inclinazione di circa 45 gradi, batte in pieno sull'arco alpino, e illumina "di taglio" le anfrattuosità dei costoni, delle valli, delle creste. Il punto migliore, il tratto dell 'autostrada dove la bellezza dello spettacolo raggiunge il suo massimo, è al casello di Balocco: il momento, cioè, dove l'autostrada e più vicina alle montagne: o, almeno, dove "sembra" più vicina alle montagne, per chi va da Milano a Torino.
I colori sono di una delicatezza indicibile: soltanto Guglielmo Ciardi, in certi paesaggi del Grappa e delle prealpi venete, ha saputo fissare in un'opera pittorica accostamenti e sfumature che possono paragonarsi all'incanto di questa realtà.
Le tinte sono disposte in lunghissimi, interminabili strati orizzontali. Cominciando dal basso e dai "primi piani" e risalendo, strato per strato, verso l'alto e verso l'infinito, tentiamo un elenco.
Prati, quando non brinati: verdegiallo splendente. Prati brinati: verdeghiaccio. Alternate con i prati dell'uno e dell'altro verde, risaie e campi arati. Le risaie, o piuttosto le distese delle stoppie delle risaie, sono beige: crema, se volete. E i campi arati: rosa. Le macchie dei pioppeti: un arruffio lievissimo, e, anche quello, beige o crema. Altri alberi: ricami bruni. E, qua e la, sparsi, i rettangoli dei cascinali: muri alcuni bianchi e altri giallini, mentre i tetti sono di un bel rosso rugginoso, vinoso, come di vecchia barbera, scura e tuttavia rossa con del giallo dentro. Le prime lontananze, le prime dolcissime ondulazioni collinose, e coperte di boschi o di vigne, sono nettamente violette. Più in su, le prime prealpi sono ardesia: più in su ancora, gradatamente, cenere. Le montagne: bianchissime di neve. Ma le creste sono ben delineate e gli spigoli ben segnati dal sole, e da nette ombre azzurre. Appare, con un'evidenza che lascia senza fiato lo spettatore, la struttura misteriosamente e fatalmente geometrica delle vette: enormi cristalli candidi e azzurri: azzurri nelle ombre, nel sole candidi. II cielo è celeste-chiaro. Ma la, se andiamo da Milano a Torino, la verso sud-ovest, a sinistra e sopra la sempre visibile cuspide del Monviso, il cielo è celeste-verdino. Si vede, si sente, si capisce da quella luminosità particolarissima che la c'è il mare.



Pensiamo a un turista russo o americano o inglese, che percorra questa strada per la prima volta: la, dirà a se stesso, là dietro è il Mediterraneo!
Ed esiste una causa estremamente razionale, vorrei dire geologica e insieme scenografica, di tutta questa bellezza. L'autostrada Milano-Torino è come un'immensa platea di cento chilometri e più. La pianura dove la strada scorre è una ribalta. Le case e gli alberi sono quinte. Le colline, le prealpi e le Alpi sono gli spezzati e lo sfondo. Nessuna altra combinazione delle strutture terrestri potrebbe ripetere lo srotolarsi di un paesaggio così feerico e grandioso. Altro che il viaggio di Sigfrido!
E i cento fiumi, torrenti, canali che, scendendo dalle Alpi, attraversano perpendicolarmente la strada, con le loro aperture improvvise, con le loro profonde prospettive di boschi e ghiaieti, con i loro flutti velocissimi di acciaio, di argento, di zaffiro, di smeraldo, sono come cesure, sempre varie e sempre vive, nella magia ininterrotta dello spettacolo. II Ticino, il Terdoppio, l'Agogna, il Biraga, il Busca, la Sesia, il Marchiazza, il Rovasenda, il Cervo, l'Odda, l'Elvo, il Depretis, la Baitea, l'Orco, il Malone... Quanti nomi dimentico! E come vorrei conoscere esattamente anche i nomi delle rocce lontane da cui sgorgano, delle vette che contemplo, a una a una, splendide e nitide contro il cielo! 


Filippo Spadoni.

giovedì 21 novembre 2013

Orta San Giulio ed il "suo" poeta.




ERNESTO RAGAZZONI 

“Rose sfogliate”

Dal parco mi sento
venire a folate
un balsamo lento
di rose sfogliate,
un balsamo lento
perché già l’estate
declina, ed il vento
le rose ha sfogliate.
Ed ecco, a sembianza
d’un fiato di rose
sfogliate a distanza,
mi giunge da ascose
memorie fragranza
d’assai vecchie cose
siccome di rose
sfogliate in distanza.


Articolo di Filippo Spadoni.

mercoledì 20 novembre 2013

Sulla strada della Costa Azzurra per visitare il Principato di Monaco.

Erroneamente pensiamo di andare a Montecarlo riferendoci al Principato di Monaco.
Montecarlo è solo uno dei quartieri che compongono il piccolo principato.
L'ultima volta che ci sono stato si perde nella mia memoria.
Non era ancora cambiato il secolo!
Motivo per cui mi son trovato senza fotografie digitali di questa esperienza, ma....un amico è arrivato in mio soccorso ... e che soccorso!
L'amico si chiama Filippo Spadoni.


Il motivo che mi ha sempre spinto a dirigere la macchina verso il Principato di Monaco è da ricercare nella mia passione per la Formula 1!
Lasciata alle spalle Ventimiglia la strada da percorrere è di quelle che tolgono il fiato per il panorama.
Il primo incontro lo abbiamo con Mentone, cittadina esplosa grazie al turismo balneare. 
Procediamo oltre.
In poco tempo giungiamo a Roquebrune-Cap-Martin. 
La voglia di assaporare il "tunnel di Montecarlo" è troppo forte! 
Nessuna sosta.


Eccomi arrivato!
Dove vado? al Casino? no!
Cerco la curva di Sainte Devote (patrona di Montecarlo).
Emozione.
Ora andiamo alla ricerca della "mitica" curva del Tabaccaio (Tabac).
Torniamo indietro ed andiamo a cercare il Tunnel. Simbolo di mille emozioni televisive.
Lo affrontiamo al contrario rispetto alle auto di formula 1. L'emozione è impagabile.
A quel punto ho capito di dover smettere di essere bambino e di concentrarmi sulle bellezze della cittadina.



Da non perdere assolutamente sono il Casinò, con la spettacolare facciata sud, ed il Grand Theatre de Monte-Carlo ospitato al suo interno.
Sulla sommità della Rocca troneggia il Palazzo dei Principi di Monaco.
Vi sono anche la Cattedrale di Monaco e la chiesa di Sainte Devote che meritano una visita.
E' una città moderna.
Molto moderna.
Curata. Pulita.
Ora puntiamo il porto ed il mare.



Non sono amante del mare.
Tanto meno della dimostrazione di ricchezza.
Già che ero sul posto una visita la meritava.
Fondamentalmente per me il Principato di Monaco rimarrà sempre legato al suo famoso ed inimitabile circuito.
Il resto è contesto.


Fabio Casalini.
Fotografie di Filippo Spadoni.