lunedì 11 novembre 2013

La guerra dei poveri.



Vi era un tempo in cui la vita era difficile, molto difficile.

Vi era un tempo in cui possedere un pezzo di terra sperduto tra le montagne voleva dire vita.

Vi era un tempo in cui la violenza era la soluzione.

La storia che voglio raccontarvi narra di una valle molto piccola e quasi sconosciuta, la Val Portaiola ubicata nella Val Grande Vigezzina, e di un tempo oramai lontano, tanto lontano che quasi si confondono i profili di questa narrazione.

Siamo intorno al 1300.

Secondo gli storici del tempo il comune di Malesco possedeva 9 piccoli alpeggi dedicati al pascolo del bestiame. Da tempo “immemorabile” (quindi si parla dell’anno mille) questi piccoli terreni pulsanti di vita estiva venivano affittati dagli abitanti di Cossogno ai pastori di Malesco. Sino a quando, intorno al XIII° secolo, gli abitanti di Malesco divennero proprietari di tali appezzamenti. Ma il passaggio di proprietà non fu facile; i cossognesi si ritennero ingannati e non vollero sentire ragioni per la perdita degli alpeggi.

Tanto ingannati che il Console di Cossogno, che concluse la trattativa, appena rientrato in paese fu colpito a morte con una zappa. La leggenda vuole che colui che sferrò l’atroce colpo fu soprannominato il “zappa”; ancora oggi potrebbero aggirarsi discendenti del colpitore, visto che il cognome è assai diffuso, ma questa è un’altra storia.

La storia di odio e rancore non si concluse con quel folle gesto, anzi.

Intorno al 1350, secondo lo storico Pollini, un fatto sconvolse la tranquilla vita della Val Grande.

“si era di domenica e la popolazione di Malesco usciva dalla chiesa; quando dalla Valle Loana si vide comparire al gran galoppo un cane, il quale urlava come volesse parlare e raccontare qualcosa di grave. Partirono per l’alpe Campo (uno dei nove alpeggi) due uomini; dopo alcune ore arrivarono sul posto. Entrati nelle casere un’orribile e spaventosa scena si presentò ai loro sguardi. Sette pastori vi erano assassinati. Tre erano appiccati (nel nostro linguaggio presumo attaccati) ad un trave, un quarto era stato annegato nella caldaia ripiena di latte, un altro introdotto per la testa nella zangola (è un recipiente di legno che serve a sbattere la panna per farla diventare burro) ed un sesto nella brenta. L’ultimo ficcato col capo dentro il fosso dove si getta via la scoccia”.

Sette morti per un contratto di proprietà di alcuni alpeggi aiutano a comprendere l’atmosfera che si viveva sette secoli orsono.

A perenne memoria di tale gesto rimane il toponimo “le Strette del Casè”: secondo una ricostruzione storica si ritiene che tale nome vada identificato con le strette del casaro, in quanto la testa di uno dei sette uccisi all’alpe campo fu issata su di un rudimentale palo e conficcata nel terreno per delimitare i confini tra i vari alpeggi.


Fabio Casalini

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