La vecchia della grotta

La Val Grande è bella anzi bellissima, o forse no. 
Si può camminare per ore senza incrociare lo sguardo del sole. 
E’ un luogo mistico dove torniamo agli albori della nostra vita, dove il paradiso può essere un pianoro soleggiato.
Dove potevano nascere storie, trasformatesi poi in leggende, se non in luogo così?
Vi è una storia strana, che parla di amore clandestino, di morte e abbandono, ma anche di sopravvivenza e di gagliarda lotta contro il destino. 
Racconta di una donna che ha sfidato la natura, la sua natura.
Proverò a ripercorrere anche questa storia in prima persona. 
Penso che non sarà facile.
Cercherò di utilizzare un linguaggio semplice, avulso alla modernità.
Una parola che si è smarrita nel cuore di una valle.
Mi chiamo Angela e sono nata sotto i corni di Nibbio. 
Ho lavorato sin da quando ero bambina, facendo legna e portandola a casa. 
La mia vita è sempre stata molto difficile, anzi dura. 
Sono molto bella, tutti gli uomini mi guardano ma io ne guardo solo uno, ma ha moglie e figlio e lavora in montagna.
Disbosca lla Val Grande. 
Un giorno, quando ero ancora molto giovane, incrociai lo sguardo di quell'uomo che non potevo e non dovevo conoscere. 
Lui si chiama Michele. 
E’ un uomo grande e forte, molto forte e mi piace. 
Mi piace così tanto che lo amo. 
Lui mi ama, ma il paese non capisce. 
Nessuno capisce solo perché il mio uomo ha una sua famiglia. 
Dobbiamo scappare. 
Decidiamo di risalire le montagne di fronte a Nibbio per cercare una sistemazione, ma come sapete sono montagne cattive. 
Superiamo molti intagli e dirupi, fino a quando troviamo una grotta. 
E’ brutta e scura ma il nostro amore è più forte. 
Ci siamo portati qualche capra per sopravvivere perché tutto intorno non c’è niente. Passano gli inverni, uno, due poi cinque ed oramai ci siamo abituati a vivere quassù con quello che abbiamo. 
Abbiamo cercato anche di metter su famiglia per farci aiutare, ma purtroppo gli inverni sono troppo freddi e siamo sempre rimasti solo noi due. 
Ogni tanto sentiamo dei passi di qualche alpinista che cerca di risalire le pendici del Lesino per divertimento, non come noi che lo abbiamo fatto per necessità. 
Si fermano per curiosare dentro la grotta, ora coperta da legni e sassi per ripararci dal vento e dal freddo, ma appena sentono un rumore scappano perché anche loro non capiscono; i più coraggiosi accettano le ciotole con latte di capra che vengono servite dalle nostre mani scure in cambio di qualcosa di diverso da mangiare. 
Non viene nessuno, anzi un giorno cerca di raggiungere il nostro covo d’amore il figlio del mio uomo oramai fattosi grande; ma il destino non vuole ed il povero ragazzo scivola in un burrone. 
Da quel giorno non vediamo più nessuno. 
Ma la compagnia è sempre la stessa. 
Sono passati molti inverni, forse più di trenta e siamo ancora qua. 
Un giorno verso sera non sento più la voce di Michele, il mio Michele, che chiama le capre. Vado a cercarlo: è morto vicino al bastone di una vita. 
Non so cosa fare. 
Decido di caricarlo in spalla e portarlo verso il paese, ma la strada di discesa è brutta e lui è pesante; devo fermarmi per riposarmi e per cercare il passaggio tra le rocce. 
Dopo diverse ore vedo le case del paese, ma io non voglio farmi vedere; alla prima casa decido di lasciare il corpo di Michele perché venga sepolto. 
Io ritorno alla grotta per continuare la mia vita di stenti; però senza il mio uomo non è più la stessa cosa. 
Decido di scendere ogni tanto al paese per portare il formaggio fatto quassù in cambio di un po’ di farina: la gente quando mi vede si spaventa. 
le vedo che si toccano i gomiti le une con le altre per avvisarsi, solo perché non mi sono rimasti altri vestiti che quelli del povero uomo che mi ha fatto compagnia per una vita: non capiscono, anche loro dopo tanti anni non capiscono. 
Un giorno tornerò per sempre e resterò nel paese, ma loro non capiranno.
Questa è la storia che, passata di generazione in generazione, è arrivata sino a noi, probabilmente tingendosi di leggenda, poiché andando a cercare nei giornali e nei libri dell’epoca, si scopre una narrazione diversa, leggermente diversa.
Ritengo che questa curiosità possa attrarre il visitatore in questo lembo di terra dove le nude vette della Valgrande dirupano scoscese nella Val d’Ossola.
Riporto alcuni passaggi dell'articolo apparso sul Corriere della Sera del 20 gennaio 1932, a firma di Cenzato: "..Questa non è Genovieffa, è la vecchia del castello dell'Innominato. Il crollo è irreparabile. Cerchiamo di rivolgerle qualche domanda, ed ella risponde sospettosa. Non sa nemmeno dire quanti anni è rimasta lassù. Quello di non contar gli anni, a poterlo fare, è una bella fortuna, specie se la confrontiamo col nostro affanno di contar la vita fino ai secondi. Vorremmo che ella parlasse del suo amore. Nulla. Non una parola. Questa passione così travolgente è dunque tanto morta che non ne è rimasto neppure un ricordo, un involucro che dia un rimbombo sia pur da sepolcro? Cerchiamo gli occhi della donna in mezzo al groviglio di rughe.Essi sono attenti alla fetta di polenta e al pezzo di cacio con cui, in sapiente alternazione, ella si ciba, avida, Eh no! Polenta e formaggio, così, davanti a questa specie di rapsodia che tentiamo di fare della sua passione?  Salutiamo la bella Angela, e andiamo a trovare le autorità costituite, le uniche che ci possono far riprendere la bussola. Il vice-podestà si la sa, la storia. E' vecchio quasi come lei, è un gagliardo montanaro e un saldo lavoratore. Ha passato la vita senza ubbie, e giudica paternamente. E' il colpo di grazia della leggenda. Bella, si... Magnifica, ci dice. Una bellezza maestosa, proprio di quelle che fanno perder la testa. Lavorava andando a prender legna su ai monti, ch'è allora non c'erano le teleferiche. "Lui" tagliava la legna, lassù al Nibbio, e un giorno le propose di rimanere su. Egli, qui in paese, aveva moglie e un figlio. Mandò a dire che non sarebbe tornato più, perché amava l'Angela. E infatti passavano gli anni senza che nessuno li vedesse. Emigrarono un po' di quà e un po' di là, di caverna in caverna. Dopo parecchi anni il figlio salì dal padre, forse per convincerlo a tornare, forse per salutarlo, e si fracellò precipitando in un burrone. Lo videro da lontano rotolare, prima ancora che giungesse alla tana dei due amanti. Quel sangue innocente mise una specie di baratro intorno ai due, un baratro più inaccessibile della montagna e li aureolò di una luce sinistra. Nessuno osò più arrivare sino ad essi. La Fajera era diventata quasi un nome pauroso. Non vi giungevano, di quando in quando, che gli incettatori di capretti e formaggi, perché i due avevano potuto comperare una trentina di capre e s'industriavano. Gli anni passarono nel silenzio, condensando un'atmosfera di leggenda.
Che i due si amassero è probabile, e sembra che avessero avuto figlioli, morti poi per il freddo. Poi morì lui. E la donna rimase lassù, ma ahimè, più che per piangere l'amato, per continuare nel commercio, intorpidita ormai in quella sua vita senza ore. Era veramente la vita ridotta alla sua massima semplicità. Ma una semplicità inerte. Più ancora che il deserto, dove le sabbie hanno almeno un palpito sotto il vento, la pietraia, il lastrico del cimitero. Chiediamo al nostro informatore, proprio come un'ultima speranza di salvar qualcosa : "Poi le rubarono le capre, vero?"  Che! Le ha vendute. Quella donna in tanti anni di industria, sia pur primitiva, e con una vita così semplice, ha dei soldi. Ha un libretto alla posta.".


Ringrazio Andrea Melloni per avermi concesso le fotografie che ritraggono la grotta ove vissero i personaggi della nostra storia.

Fabio Casalini

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti

Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

Commenti

  1. Ogni parola è poesia.....R

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  2. Una passione così intensa da sfidare pregiudizi, stenti e solitudine non può che creare attorno a sé un'aura di leggenda per la sua eccezionalità. Ma il nucleo di questa storia è autentico, Angela e Michele sono esistiti davvero ! Grazie Fabio per aver raccontato la loro storia. Ci fa bene non perdere memoria di sentimenti e legami tanto forti. Non per romanticismo, ma per speranza !

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    1. Ciao Laura.
      Il nucleo e molti passaggi sono autentici. In questa storia siamo a cavallo tra romanticismo (poco secondo me) e volontà ferrea di vivere (tanta). Importante è non dimenticare mai chi ci ha preceduto e quanto, poco o tanto non importa, ci abbiano lasciato.
      Fabio.

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